Il lavoro in rete è un gioco a carte scoperte

In un articolo di fine ottobre 2020 si è iniziato a parlare di lavoro in rete, realizzando chiarimenti terminologici e concettuali. Ora, dopo qualche mese, è forse più opportuno parlarne in un contesto più esperienziale, calato nella realtà lavorativa.

Il lavoro in rete: caposaldo delle professioni d’aiuto

Il lavoro in rete abbiamo capito essere il caposaldo del lavoro delle professioni d’aiuto per il futuro, un vero punto d’origine e di fine del lavoro stesso, nonché il cuore dell’intervento d’aiuto. Ormai lo sappiamo, ogni individuo che entra in contatto con servizi educativi, sociali e sanitari, non ha una vita a compartimenti stagni e prenderlo in carico secondo una visione olistica della persona, ossia accoglierla a 360° per quelli che sono tutti gli aspetti che caratterizzano la sua vita, è l’unico modo efficace ed efficiente per mettere in atto una strategia utile a spingerlo a lavorare per un miglioramento della propria esistenza.

Photo by Headway

Chiede agli operatori tanto quanto agli utenti di mettersi costantemente in discussione

Quel che è da dire però è che il lavoro in rete per essere realizzato, oltre a prevedere un mettersi in gioco tout court della persona destinataria d’intervento, vuole altrettanto anche da parte di tutti i Servizi e di tutti gli operatori che orbitano intorno a lei. Nonostante tale consapevolezza teorica però, in Italia la prassi non è ancora così.

In Italia, Servizi e operatori faticano ancora a mettersi in discussione

La colpa non è degli operatori, specifichiamolo da subito, quanto di un sistema soprattutto pubblico molto legato a logiche gerarchiche, estremamente burocratiche che spesso creano lungaggini e distraggono dalla realtà dell’intervento che si vuol realizzare.

Persi tra documenti, timbri e procedimenti amministrativi vari, molti operatori perdono di vista la realtà del contesto sociale, educativo e familiare in cui lavorano risultando distaccati, lontani e a volte freddi sia agli occhi di chi riceve il loro aiuto che dei loro omologhi del settore privato. Questi ultimi infatti, legati a logiche esattamente opposte, sono invece spesso con le mani in pasta nelle vite dei destinatari dei servizi, lavorando con un senso di costante urgenza e faticando per questo a comprendere le lungaggini di alcune procedure.

In un contesto come questo, comune alla maggior parte delle aree d’Italia, dove al tutto si somma la costante carenza di fondi sia nel privato che nel pubblico, dare vita al lavoro in rete così come ci viene raccontato nei manuali, non è facile. Come fare, dunque?

Occorre dare più spazio agli operatori più giovani

Trattandosi di un annoso problema, tipico del nostro Paese, trovare una soluzione universale è del tutto impossibile, tuttavia, per quel che concerne la mia esperienza, credo che la risposta sia nel modo di lavorare delle nuove generazioni di operatori sociali da affiancare a quello delle più mature.

Photo by Leon

Probabilmente perché provenienti da una formazione più omogenea legata ad un sistema universitario più strutturato, probabilmente perché figli di scambi culturali, Servizio Civile ed Erasmus, ma la nuova generazione di operatori Millennials sembra avere il concetto di rete intriso nel DNA.

Non fatica come i suoi predecessori ad aprirsi all’esterno, a scegliere forme di comunicazione più informali e flessibili barcamenandosi tra tutti mezzi di comunicazione esistenti. Così facendo intessono relazioni umane e professionali in modo più agevole, andando spesso al sodo della questione senza lasciarsi bloccare delle mura e dalle distanze fisiche che li separano da utenti e altri Servizi.

Lavorare sulla consapevolezza professionale di ogni operatore: l’unione e la collaborazione fanno la forza di un intervento.

Ancor prima del riuscire ad intessere relazioni sfruttando capacità comunicative e tecnologiche, vi è una consapevolezza professionale importante da dover sviluppare: lavorare in rete non è un lavoro da P. R. del sociale ma una lucida presa di coscienza dei limiti propri e di quelli del proprio Servizio, scegliendo di contattare altri operatori mettendo da parte il proprio orgoglio da infallibili e avendo sempre come punto fermo il perseguimento del benessere della persona che a noi si è affidata.

Si tratta di un lavoro di umiltà e maturità che non sempre e non tutti gli operatori riescono a fare rischiando di mettere in crisi l’intervento posto in essere.

Lavorare in rete richiede un lavoro di fiducia e trasparenza con gli altri Servizi, aggiornando su progressioni, successi ottenuti ma anche e soprattutto su insuccessi ed errori al fine che gli altri, a loro volta secondo le proprie possibilità, possano correggere il proprio tiro e fare in modo che l’intervento in atto non si vanifichi.

Uno snodo d’importante crescita lavorativa per i più giovani in cui i colleghi più maturi hanno il cruciale ruolo di guida professionale

Un lavoro di questo tipo richiede tanto agli operatori, è un momento di crescita tanto quanto lo è per il destinatario dell’intervento. È un passaggio delicato che può mettere in crisi un operatore: rendersi conto di aver sbagliato e contattare dei colleghi ammettendo il proprio errore non è così facile. Ed è qui che risultano fondamentali i colleghi con più esperienza.

Photo by Emilio Garcia

I colleghi con più esperienza, se per certi versi legati a dinamiche superate, provengono da lotte e riconoscimenti professionali travagliati, si sono fatti le ossa tra riforme e sanatorie, e per questo possono fungere da patriarchi e matriarche utili con la loro saggezza a far superare ai più giovani il fisiologico momento di crisi.

La strada è ancora tutta in salita, ma lavorando sodo potremo creare un lavoro in rete più efficacie ed efficiente

Di strada per la realizzazione del lavoro in rete in Italia ce n’è ancora tanta. Ci aspettano anni di duro lavoro in cui far dilagare la nuova cultura lavorativa sbattendo anche i piedi se necessario.

Sarà vitale coinvolgere tutte le generazioni di operatori presenti nei Servizi: i più maturi hanno un bagaglio esperienziale e una maturità professionale tali che i giovani hanno solo da imparare, sia il buono che il cattivo in modo, in quest’ultimo caso, da non ripeterne gli errori; i più giovani, offrendo le loro energie, entusiasmo e nuove competenze svecchiano il sistema riempiendo un vuoto relazionale e tecnologico da colmare improrogabilmente.

A tutti i lavoratori, in sostanza, è richiesto un grande impegno di umiltà volto a riconoscere il valore di tutti gli altri operatori e Servizi giocando sempre a carte scoperte.

A presto,

Giancarla.

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