Il ruolo del lavoro in rete in educazione

Un metodo ancora molto trascurato in educazione è il lavoro in rete. O sarebbe meglio specificare che il lavoro in rete, centrale in contesti come le Comunità terapeutiche, in ambiti meno di frontiera viene completamente dimenticato. Basta pensare a quanto, in Servizi educativi dedicati all’infanzia e all’adolescenza, non se ne senta minimamente parlare.

Cos’è il lavoro in rete? Un doveroso chiarimento terminologico

Quando si parla di lavoro in rete si va oltre i concetti di lavoro in team e lavoro in équipe per distinguersi successivamente anche dal lavoro di rete. Ma andiamo con ordine.

Di lavoro in team si parla in in molte realtà professionali facendo riferimento ad un un gruppo di lavoratori che, bene o male con simile o stesso background, lavorano insieme alla realizzazione di un unico progetto es. gli educatori in un nido. Parlando di lavoro in équipe invece, entrando nel linguaggio specifico delle scienze umane, si fa riferimento ad un insieme di professionisti con background differenti es. psicologi, educatori, ass. sociali, medici uniti , come nel team, da un progetto o obiettivo comune.

Photo by Charles Deluvio

Nel caso del lavoro in rete, si va ulteriormente oltre aprendosi al territorio in cui si opera. Nello specifico, se con team ed èquipe si intendono professionisti legati allo stesso Servizio, nel caso della rete, in virtù della visione olistica dell’individuo, al fine di lavorare al meglio per il benessere della persona presa in carico, si collabora tra professionisti di Servizi differenti connessi alla vita quotidiana del soggetto.

Immaginiamo un bambino autistico che frequenta la scuola primaria. Al fine di favorirne un sano sviluppo psicofisico, oltre che frequentare la scuola, sarà certamente seguito dalla Asl, riceverà delle forme di assistenza dal Comune e, ipotizziamo, a scopo ricreativo frequenterà anche una piscina. A questo punto, al di là delle varie tavole rotonde previste per legge come il Gruppo di Lavoro per l’Inclusione (GLI) realizzato a scuola, tutti questi Servizi, se volessero svolgere il loro lavoro al meglio, dovrebbero entrare in contatto gli uni con gli altri secondo le diverse figure professionali che lavorano con il bimbo. Potrebbero scambiarsi esperienze, punti di vista e osservazioni, organizzare le proprie attività in modo coordinato o addirittura definire un unico grande programma educativo con un obiettivo generale (es. favorire autonomia e socialità nel bambino) di cui i progetti dei singoli Servizi coordinatamente diventerebbero lo strumento per realizzarne i diversi obiettivi specifici (es. istruzione e inserimento nel gruppo classe a scuola; autonomia nella vita quotidiana e familiare con il servizio comunale di assistenza domiciliare; imparare a nuotare e inserimento nella squadra di nuoto in piscina ecc.). Per fare ciò tutti i Servizi si impegnerebbero a rimanere in contatto gli uni con gli altri prevedendo, quando possibile, incontri in presenza tra professionisti e, in alcuni casi anche alla presenza della famiglia, al fine di fare il punto della situazione e capire come migliorare il proprio intervento.

Photo by Monica Melton

Quanto finora detto, come anticipato, di fatto nella realtà dei fatti si realizza raramente. Nei manuali accademici di tutte le professioni psico-socio-sanitarie si parla di lavoro in rete tuttavia, in molti contesti che non siano strettamente sanitari o giuridici in cui il lavoro in rete è da tempo consolidato, non esiste e, se esiste, è spesso per un atto pionieristico portato avanti da un gruppo di professionisti amici o conoscenti che, pur appartenenti a Servizi differenti, decidono di lavorare assieme. Si tratta dunque più di un’iniziativa personale che di un modus operandi rodato e ormai durevole in tutti gli ambiti educativi. E questo è un vero peccato.

Sia chiaro, il qui presente articolo non è una critica a quei Servizi che non realizzano lavoro in rete e svolgono la loro opera educativa puramente nelle mura della loro struttura, anzi. In tanti Servizi, anche nei più piccoli, esistono professionisti volenterosi e preparati che avrebbero piacere a far rete, soprattutto perché, oltre a permettere la realizzazione di un percorso educativo più aderente alla personalità dell’individuo preso in carico, favorirebbe una crescita professionale di professionisti e Servizi facendo circolare conoscenze e prassi che darebbero nuova linfa alla Pedagogia contemporanea. Lavorando in rete, si lavorerebbe meglio e in modo più visibile e limpido (oltre che tutelante per ogni singolo professionista).

Come fare?

Rompere i muri che si ergono tra i Servizi è la prima cosa e per farlo, il primo passaggio fondamentale è partire dal nodo che li tiene uniti: la famiglia o l’utente di cui ci occupiamo.

Ascoltarli cercando di capire quali siano le loro necessità, quale sia la loro quotidianità e con quali realtà sociali ed educative si relazionano è il punto di partenza per qualsiasi forma di rete. E successivamente: attaccarsi al telefono!

Da questo momento – ovviamente sempre in accordo con coordinatori, responsabili e supervisori del Servizio in cui siamo inseriti – è necessario provare a contattare colleghi, cercare appuntamenti telefonici, videoconferenze ed essere i primi a curare una rete di rapporti professionali. All’inizio sarà dura, ma successivamente se ne vedranno i frutti quando in caso di necessità, si saprà subito chi contattare.

Quando è necessario lavorare in rete?

La rete è dovuta in tutti quei casi in cui si ha a che fare con una fragilità. Nel momento in cui si ha un bimbo BES, per esempio, è imprescindibile. Nonostante questo, in una visione utopica, si potrebbe estendere anche alle situazioni meno critiche, sopratutto nei Servizi più piccoli o legati a realtà sociali più piccole.

Immaginiamo un piccolo Comune in cui c’è un solo nido, un solo circolo sportivo, una sola piscina, pochi pediatri o medici di base: in questo contesto fare rete diventa facile e fruttuoso: per tutti i bambini della fascia 0-6 potrebbero crearsi protocolli d’intesa in cui, a livello educativo, ogni Servizio porta avanti ogni anno un obiettivo condiviso con tutte gli altri riservando particolare attenzione ai bambini più in difficoltà.

Un discorso simile si potrebbe fare anche in realtà più grandi divise comunque in quartieri e municipi dove, certamente il mescolarsi di individui è più frequente, ma il lavoro istituzionale sarebbe grossomodo il medesimo seppur più impegnativo. Questo, oltre che permettere ai professionisti di lavorare meglio aiutando il singolo preso in carico, a distanza di tempo restituirebbe un senso di comunità considerato da decenni perduto a causa delle nuove tecnologie, ma di fatto sparito perché, a seguito dei cambiamenti sociali e demografici realizzatisi, non si è più curato: potremmo ricostruire una comunità emotivamente vicina al calore raccontato dalle nostre nonne, ma intellettualmente più consapevole e adeguata ai tempi che corrono, prevenendo coscientemente l’esclusione dei più deboli.

Dal lavoro IN rete al lavoro DI rete

Un ultimo salto mentale, oltre che concettuale da portare avanti è lo sviluppo del lavoro di rete. Che non è un gioco di parole more difficult per mandarci in confusione, ma è un ulteriore concetto noto alle professioni d’aiuto in cui a costruire la rete, non sono più i professionisti tra loro, ma è la persona presa in carico che, grazie agli strumenti offertigli dal percorso portato aventi con i Servizi che lo seguono, crea da sé la propria rete sociale inserendosi o reinserendosi nel tessuto sociale di cui è parte (la comunità a cui si faceva riferimento nel paragrafo precedente di cui si auspica il ritorno).

Il lavoro di rete consiste nel creare legami, sinergie e connessioni formali (es. sul lavoro) e informali ( es.gruppo di amici), primarie ( es. rapporti familiari) e secondarie (es. vita parrocchiale) tra l’individuo in carico e la comunità di appartenenza in cui gli operatori dei vari Servizi si occupano di fare da catalizzatore tra lui e la realtà circostante.

In conclusione, vediamo come il concetto di rete, nonostante le particelle che lo introducono e le diverse accezioni che conseguentemente può assumere in campo pedagogico ed educativo, conferisce all’azione educativa un plus valore tale che, nonostante i vuoti di prassi e operativi che ancora esistono in molti Servizi, non può più essere sottovalutato.

A presto,

Giancarla.

Fonti: Il Sociale che lovora in “rete”; Lavorare in team; L’Educatore e l’équipe, Tesionline; “Lavoro di rete” di Armando Toscano.

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