Caro Educatore, quando lavori molla lo smartphone!

Ultimamente si sta verificando un fenomeno molto interessante e potenzialmente produttivo: la presenza sempre maggiore di educatori e pedagogisti sui social. Si tratta di persone che nella vita svolgono queste professioni e che decidono di presentarsi al mondo social in qualità di professionisti dell’educazione raccontando il proprio lavoro, cercando confronto, nuovi stimoli di pensiero e tentando, in modo nuovo, di apportare uno sviluppo (se non un riconoscimento) della professione in Italia.

Senza mezzi termini, questo stesso Blog, nato come diario personale 2017, da qualche anno sta cercando di evolversi progressivamente in tale direzione, provando a curare al meglio dettagli e contenuti.

Le conseguenze future in termini di sensibilizzazione dell’opinione pubblica potrebbero essere notevoli, ma di fianco all’uso consapevole dei social di molti educatori, preoccupante è quello indisciplinato di alcuni.

Foto di Giancarla

Diversi colleghi infatti, mossi sicuramente dalle più nobili intenzioni, finiscono con l’utilizzare i social sul lavoro con la stessa leggerezza con cui li utilizzerebbero per la vita personale, lasciandosi andare a contenuti (foto, video e stories), che più che nobilitare il lavoro svolto, finiscono con il far dubitare sulla loro professionalità.

Non ci si riferisce alle scelte di vita privata che ogni educatore è libero di compiere e che nessuno ha il diritto di mettere alla berlina del pubblico reale o virtuale, ma a tutti quei comportamenti che si tengono sui social in qualità di educatori convinti di dare lustro al proprio lavoro ottenendo invece il risultato opposto. Non è raro, infatti, che alcuni educatori ma anche insegnanti, desiderosi di “testimoniare” il proprio lavoro, pubblichino foto e video (seppur con i volti coperti) mentre sono in aula o con bambini e ragazzi non curanti delle conseguenze che tutto questo potrebbe avere.

In linea generale, secondo un’indagine dell’Unicef del 2019, il 92% dei bambini con età inferiore ai 2 anni è presente sul web e addirittura 1/3 appare on line, attraverso la pubblicazione di ecografie, ancora prima di nascere. L’Unicef ha stimato che i minorenni hanno un tasso di presenza sul web del 71% rispetto alla popolazione totale e che in un anno un minore appare, in media, in 195 foto pubblicate sul web. Tutto questo ad opera degli adulti. Un fenomeno di cui in parte sono inequivocabilmente responsabili anche gli educatori.

Aspetti giuridici

Già alla fine degli anni ’80, in Italia ci si è posti la questione della tutela dell’immagine dei minori vietando la pubblicazione e la divulgazione di notizie o immagini di minori identificabili, stabilendo che in caso di pubblicazione illegittima, l’interessato possa rivolgersi all’autorità giudiziaria (Convenzione ONU 1989, art. 16; DPR del 22 settembre 1988, n. 448, art 13; Codice Civile, art. 10).

Negli anni si sono susseguiti ulteriori passaggi normativi fino a giungere al Regolamento Europeo sulla protezione dei dati del 2016, entrato in vigore nel 2018 a cui ha fatto seguito in Italia il D. Lgs 10172020 e comunemente noto come GDPR.

Photo by Kelly Sikkema

Il GDPR ha avuto l’importante compito di chiarire in primis il concetto di dato particolare di adulti e minori da tutelare, chiarendone in seguito le modalità.

All’articolo 9, comma 1 si considerano dati particolari queidati personali che rivelino l’origine razziale o etnica, le opinioni politiche, le convinzioni religiose o filosofiche, o l’appartenenza sindacale, nonché trattare dati genetici, dati biometrici intesi a identificare in modo univoco una persona fisica, dati relativi alla salute o alla vita sessuale o all’orientamento sessuale della persona”.

Le immagini (e i video) pur non rientrando all’interno del concetto di dato biometrico e non essendo per questo direttamente riconducibili ai dati particolati, pur nascondendo il viso del soggetto fotografico, spesso sono in grado di rilevare il genere, l’origine etnica, la condizione sociale, le opinioni politiche, l’appartenenza sindacale, l’orientamento sessuale e le convinzioni religiose, esponendo il soggetto comunque a riconoscibilità, sfociando per questo in quanto previsto dall’art. 6 del GDPR in termini di leicità del trattamento che, nel caso dei minori prevede la necessità di ottenere, ai fini del trattamento dell’immagine dei minori, il consenso di uno o di entrambi i genitori. Unica deroga è l’età del minore che, a partire dai 14 anni per l’Italia (16 per il GDPR), secondo l’articolo 8 del Regolamento Europeo, può esprimere direttamente il proprio consenso, ma anche in questo caso, è da vedere ogni singola fattispecie.

La produzione di fotografie e video ritraenti minori da parte di scuole e servizi educativi

Le istituzioni scolastiche ed educative possono trattare solamente i dati personali necessari al perseguimento di specifiche finalità istituzionali o espressamente previste dalla normativa di settore. Per tali trattamenti non sono tenute a chiedere alcun consenso. In tale ottica la pubblicazione di foto degli alunni sui siti istituzionali o sui social legati alla scuola o al servizio educativo può essere considerata lecita. 

La riproduzione dei dati deve però rispondere alla sola esigenza di documentazione dell’attività didattica, nel rispetto del principio di proporzionalità. Per cui foto e riprese dovrebbero essere limitate allo svolgimento dell’attività e bambini e ragazzi devono essere sempre ripresi in atteggiamenti positivi o costruttivi, mai negativi. La diffusione ulteriore delle immagini su Internet deve essere soggetta al consenso dei genitori. 

Da quanto finora affermato discende quanto sia importante aumentare la consapevolezza di insegnanti, istruttori o educatori che non si possono permettere di effettuare con leggerezza foto di minori con il cellulare personale, tanto meno inviare foto di minori su gruppi WhatsApp o pubblicarle sui social con vari canali anche solo per condividere con i colleghi l’attività svolta.

Ma a quali conseguenze può portare il non rispetto di quanto fin qui esplicitato? Sono previste sanzioni amministrative e panali che per la loro complessità vi rimando a leggere nel dettaglio qui.

Il risvolto in termini di credibilità professionale di educatori ed insegnanti

Ma a tutto questo, anche nell’ipotesi in cui non si venga sanzionati, si aggiungono risvolti professionali non da poco.

In primis, l’immagine (scusate il gioco di parole) poco professionale che il professionista che pubblica contenuti dei minori a lui affidati, offre di sé. Oltre ad esporre in modo inopportuno bambini e ragazzi a occhi potenzialmente indiscreti, si dimostra di non conoscere alcuni aspetti giuridici del proprio lavoro, e che, qualora gli/le si decidesse di affidare il proprio figlio, questo potrebbe essere pubblicato a tradimento sui social.

Tale considerazione da parte di un esterno, minerebbe la serietà del lavoro del professionista in questione, ma specularmente anche quella della struttura in cui lavora, facilmente considerabile poco seria e non in grado di gestire i propri dipendenti. Così facendo si rischierebbe di vedere diversi genitori preferire per i propri figli altre strutture a discapito di quella del lavoratore sui social. Effetto collaterale del tutto opposto rispetto a quello inizialmente auspicato con gli educatori sul web!

Il risvolto educativo: più delle parole, educa l’esempio

Ultimo aspetto, nell’immediato forse poco rilevante ma con effetti educativi futuri da tzunami è l’atto stesso di essere con il telefono in mano davanti a bambini e ragazzi mentre si lavora.

Photo by Tina Floersch

Dalle immagini pubblicate in giro, si deduce che mentre foto e video vengono girati, i bambini sono impegnati nelle loro routines, stanno giocando, mangiando, dormendo, lavorando al tavolo, i più piccoli sono in braccio alle educatrici…che nel frattempo sono con il telefono in mano! Questo, in termini pedagogici è estremamente grave perché se è vero che più delle parole educa l’esempio, ciò che mostriamo è che mentre siamo insieme a loro non siamo proiettati alla relazione che condividiamo ma allo smartphone! Inoltre è chiaro che così facendo mentre si lavora, non si è con la testa totalmente concentrata sui ragazzi e sul da farsi ma si è in parte rivolti alla in cerca dell’inquadratura perfetta da non asciarsi scappare, lasciando spazio ad aspetti oggettivamente superficiali (e pericolosi) che nulla c’entrano con la divulgazione scientifica, il confronto personale, la crescita professionale e tutto ciò che possono offrire i social agli educatori se usati in termini di consapevolezza professionale.

A presto,

Giancarla.

Fonti: Agenda Digitale; Protezione Dati Personali.

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