Inclusione non vuol dire esclusione dei “normali”

Titolo forte forse, ma sicuramente d’effetto, volto a farvi capire che parlando di inclusione non si esclude mai nessuno, neanche chi rientra nei canoni riconosciuti dalla massa come accettabili. Anzi, è grazie all’inclusione che chiunque vede assicurati e meglio tutelati i propri diritti. Ma andiamo con ordine.

Ieri ho ricevuto uno dei diversi messaggi che ultimamente mi arrivano dai ragazzi coinvolti nel servizio rivolto a ragazzi in condizione di svantaggio, in cui lavoro.

Pressappoco mi chiedeva come stessi e quando avremmo ripreso con l’aiuto compiti e le attività ricreative perché non vedeva l’ora di ri-iniziare.

Mi ha fatto estremo piacere e dato tanto da pensare.

Mi rendo conto di quanto, chi non ha le mani in pasta quotidianamente con scuola ed educazione abbia una visione distorta dei ragazzi di oggi. Chi ha potere decisionale in materia, soprattutto.

Photo by Gemma Chua-Tran

I ragazzi vengono visti come svogliati e disinteressati, cosa che ogni giorno mi rendo conto essere totalmente sbagliata.

Hanno “solo” bisogno di occasioni, con persone e luoghi nelle condizioni di potergliele offrire. La buona volontà è alla base, ma chi tiene in piedi un Servizio sa che non basta, anzi, a muovere tutto purtroppo è sempre il denaro.

E poi, cosa non da poco, hanno bisogno di sentirsi accolti, inclusi. Soprattutto se i ragazzi in questione, a vario titolo, vengono normalmente scartati.

E qui mi rendo conto di un salto mentale che la società italiana fatica a fare.

I ragazzi considerati ultimi e spesso degni di minore importanza a più livelli, sono quelli che possono permettere l’evoluzione generale del sistema educativo. Ce lo insegnano tanti pedagogisti, due nomi a caso: Don Bosco e Montessori.

Se io pedagogista, educatore, educatrice, insegnante ecc. mi specializzo e affino le mie competenze per seguire un ragazzo peruviano discalculico, polacco svogliato o italiano autistico, affinerò competenze a prescindere, utili a migliorare il mio modo di lavorare con chiunque io abbia davanti, approfondendo la mia sensibilità professionale.

Così facendo, offrirò un servizio più sofisticato a chiunque mi si parerà davanti.

Photo by Nathan Anderson

Se io apro un servizio per ragazzi in difficoltà che hanno bisogno di un luogo tranquillo in cui studiare, anche se statisticamente verranno più stranieri (che, che mi piaccia o no, saranno parte del Paese di domani, quindi è interesse del Paese formarli), concretamente dò la possibilità anche agli italiani di essere seguiti, e io e miei collaboratori ci specializzeremo in metodi e tecniche che in ogni momento potremmo mettere a disposizione dell’intera società.

Quelli dell’inclusione sono i ragazzi oggetto del dibattito sullo ius soli, delle barriere architettoniche, dei pantaloni rosa e dei sussidi per lo studio, di cui almeno due delle condizioni citatate sono potenzialmente esperibili da qualsiasi cittadino vivente in un territorio.

Quando si parla di inclusione si pensa sempre che riguardi solo gli altri, ma non si pensa che includendo gli altri, normalizzando le loro vite, potenzialmente si normalizzano anche le normali stranezze che attanagliano la vita di tutti noi.

A presto,

Giancarla.

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