Afghanistan: gli Italiani medi, spettatori di uno spettacolo già visto

Posso essere onesta?

Oggi sono particolarmente giù. Sto seguendo con apprensione la situazione in Afghanistan e più vedo, più non mi capacito di quanto questi 20 anni di sacrifici – già carichi di contraddizioni, siano stati spazzati via in pochi giorni.

Mi ricordo tutto di questi due decenni, avevo 11 anni quando caddero le Torri, ricordo la follia di quei giorni, i grandi dibattiti politici e i proclami improvvisi e spaventosi.

Internet non era accessibile come ora, gli adulti erano incollati alla tv e ai giornali.

Così scoprivamo i Talebani, ci sconvolgevamo nel vedere le donne (bambine) ridotte a merce di scambio senza alcuna identità: non avevamo mai visto nulla del genere. Le immagini dei burqa ci impressionavano.

Al tempo stesso, ci commuoveva vedere gli occhi scurissimi e luccicanti dei bambini che per noi, all’alba degli anni 2000, non erano ancora quotidianità, rimanendone inteneriti.

Ricordo le dirette televisive fino a tardi, con gli aggiornamenti sui bombardamenti in un Paese che praticamente non conoscevamo, molti di noi non avevamo neanche capito dove si trovasse di preciso.

L’Italia, nazione dalla forte tradizione cattolica, cercava di capire qualcosa sull’Islam, cercando similitudini concettuali e ripetendo male parole arabe sentite in tv.

Erano gli anni dei primi controlli antiterrorismo, del “ti faccio entrare se mi ispiri fiducia”, delle telecamere ovunque e dei metal detector che suonavano con i primi piercing. Per noi adolsecenti era una vera rottura.

E nel frattempo c’era già chi, in un Paese culturalmente disorientato come il nostro, cavalcava l’onda della paura, strumentalizzato a fini politici la “nuova” religione, ponendo le basi della diffidenza (a tratti odio) che oggi rende difficile in Italia, la convivenza tra culture. Il famoso analfabetismo funzionale odierno, trova origine in questi anni.

Non avevamo gli strumenti per comprendere ciò che accadeva – tanti di noi non avevano neanche mai fatto un viaggio all’estero, ed eravamo sgomenti e increduli davanti ai tanti morti, tra militari e civili, che continuavano a susseguirsi nei tg. E poi boh, ci siamo abituati anche a quello: 20 morti per un’autobomba di qua, 50 per un’esplosione di là; era la nostra nuova quotidianità, battibeccando tra parenti durante il pranzo della domenica.

È stata una cosa più grande di noi Italiani medi, ancora lontani dal mondo interconnesso che viviamo oggi.

Eppure ad un certo punto eravamo contenti. Nelle case, anche le donne più umili e anziane erano contente di sapere che quelle “povere donne” immaginate dall’altra parte del mondo, stavamo tornando a studiare e gli era concesso di mostrare il viso in pubblico. Pensavamo che dopo tutto, tanta disperazione a qualcosa di buono aveva condotto.

Ed ora? A quasi 20 anni esatti dalla caduta delle Torri, ci viene sbattuto in faccia che è stato tutto inutile.

Chi è nato in questi vent’anni in Afghanistan ripiomba nell’incubo dei propri genitori, e tutti noi, cittadini medi, siamo ancora una volta spettatori di uno spettacolo già visto, sotto shock e inermi.

A presto,

Giancarla.

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