Il colloquio educativo: quello che ogni educatore dovrebbe sapere

Il colloquio educativo: quello che ogni educatore dovrebbe sapere

Un aspetto del lavoro dell’educatore spesso trascurato o non adeguatamente sostenuto durante la formazione universitaria, è quello dell’apprendere a gestire il colloquio educativo.

Se in ambito psicologico il corso “tecniche di colloquio” è una pietra miliare della formazione dei futuri professionisti, altrettanto non avviene con gli educatori che, dopo un paio di informazioni teoriche date alla buona, si sentono dilettanti allo sbaraglio nell’affrontare i colloqui educativi con utenti e famiglie.

In questo articolo dunque, dopo qualche anno di esperienza sul campo, provo a darvi alcune dritte pratiche che di certo miglioreranno il vostro modo di gestire un colloquio.

Il colloquio dell’educatore non è quello dello psicologo o dell’assistente sociale

Se lo psicologo cura con costanza la profonda intimità della persona facendo del colloquio cadenzato nel tempo, il proprio fulcro operativo, voi l’utente (non paziente), lo incontrate ogni giorno; con lui condividete la quotidianità e non è raro, al di là del colloquio fissato in una data prestabilita, che si creino momenti di confronto e dialogo interessanti anche in situazioni impensabili.

Photo by Trung Thanh

Discorso simile allo psicologo, si applica all’assistente sociale che, invece di lavorare con dinamiche intrapsichiche e processi mentali, si occupa del soddisfacimento di bisogni materiali e sociali, servendosi del colloquio per ascoltare periodicamente l’individuo e formulare progetti condivisi con lui e con altri professionisti.

Nel caso dell’educatore invece, la relazione non nasce, cresce e si alimenta durante il colloquio, ma nella vita reale, il setting operativo per eccellenza. Il colloquio, per l’educatore, è uno strumento in più per monitorare attivamente l’utente e lo stato dell’arte del progetto educativo.

Per questo motivo, in virtù della quotidianità condivisa, il colloquio con l’educatore avviene con meno frequenza rispetto a quello di psicologi e assistenti sociali, ma cade almeno 3 volte l’anno: ad inizio, a metà e a fine anno solare o educativo, e in qualsiasi altro momento in cui utente o educatore ne sentano il bisogno.

Dritta nr. 1: Il colloquio va preparato

Il colloquio non si improvvisa, ma si prepara in precedenza sulla base della documentazione che si ha a disposizione, rispolverando relazioni di colloqui passati, riunioni d’équipe, appunti dell’educatore.

Se poi è previsto che il colloquio si svolga alla presenza di un collega o un altro professionista, è fondamentale che la fase di preparazione avvenga congiuntamente, concordando punti da trattare e opinioni professionali da esprimere, in modo che tutti i professionisti presenti non vengano colti di sorpresa.

Photo by Toa Heftiba

Quella di concordare il colloquio con il collega attenendosi alla scaletta prestabilita, oltre che un’ottima metodologia utile a rendere il colloquio il può proficuo possibile, è una buona prassi professionale che permette un lavoro di maggiore qualità e la cura della relazione tra colleghi.

Un colloquio si considera pronto quando si ha una chiara scaletta di temi e punti da affrontare dai quali non ci si dovrà discostare. A tal proposito, avere delle griglie valutative di riferimento è ottimale.

Dritta nr. 2: Preparare l’ambiente materiale ed emotivo

Il colloquio non si fa negli androni delle strutture né nelle stanze affollate. Si realizza in stanze apposite, raccolte e accoglienti, dove non sono previsti elementi di disturbo e ad essere presenti sono solo gli interessati. Mentre si svolge il colloquio, telefoni e pc per questioni non legate al colloquio stesso, non si toccano.

Dritta nr. 3: La realizzazione di un colloquio prevede momenti ben precisi

Accoglienza: è importante soprattutto durante il primo incontro. Bisogna far trasparire in ogni modo, verbale e non, un senso di accoglienza, rassicurazione e interesse nei confronti dell’altro. Ci si presenta, se non ci si conosce, dando spazio a qualche convenevole chiacchierando di temi futili, possibilmente connessi al motivo per cui si è lì es. se si è lì per parlare con una mamma, le si chiede dove sia il bambino, come è andata la giornata ecc.

Focalizzazione: l’educatore, conclusisi gli scambi iniziali, prende le redini della conversazione chiarendo l’obiettivo principale del colloquio facendo un ricapitolo della situazione pregressa. A questo punto, posta la questione all’ordine del giorno, l’educatore inviterà l’utente ad esprimere il proprio punto di vista.

Approfondimento: obiettivo di questo momento, cuore pulsante del colloquio educativo, è tentare di arrivare ad una definizione condivisa di quelli che sono i problemi esistenti e di quali strategie si possono attuare per la loro soluzione. Sulla base di quanto emerso dall’utente e facendo fede a quanto preparato prima del colloquio, si toccano tutti i punti ritenuti vitali, tenendo conto di problematiche manifeste e latenti.

Conclusione: il colloquio può ritenersi concluso nel momento in cui l’educatore ritiene che sia stato raggiunto l’obiettivo di definire il problema e le relative ipotesi e modalità di soluzione e verifica. A questo punto, smarcato ogni dubbio dell’utente e dell’educatore, con un paio di battute distensive, si dichiara la fine dell’incontro.

Dritta nr. 4: L’atteggiamento dell’educatore. L’ascolto attivo.

A fare la differenza per la riuscita di un colloquio, in buona parte è il modo in cui si presenta l’educatore. Egli deve dimostrare accoglienza e sicurezza nelle parole e nei gesti, con domande chiare e precise.

L’educatore, al pari di ogni professionista delle relazioni d’aiuto, non deve mai “scendere” al livello dell’utente, ma mantenere lucidità professionale, manifestando empatia ed apertura senza lasciarsi andare ad atteggiamenti di compatimento o di sfida.

Il suo è un ascolto attivo e autentico, il professionista è presente fisicamente e mentalmente, mostrando autenticità nelle proprie espressioni verbali e non verbali, mantenendo quel distacco emotivo professionale necessario ad essere colui che aiuta con competenza un individuo in difficoltà.

Dritta nr. 5: Alcune strategie utili al colloquio.

Ipotizzare: l’educatore dirige la ricerca di problemi e soluzioni seguendo un filo logico orientando la riflessione, consentendo di ricostruire la mappa delle relazioni e delle problematiche dell’interlocutore.

L’educazione esplicita un’ipotesi, chiedendo all’utente di esprimersi su di essa. Tale ipotesi viene confrontata con quella dell’interlocutore, verificandone relazioni e i punti di condivisione;

Photo by Cherrydeck

Circolarità: garantisce di comprendere le connessioni tra le idee e i comportamenti tra le diverse persone coinvolte in una situazione relazionale problematica. L’educatore può formulare una domanda e verificare le diverse risposte dei soggetti coinvolti, chiedendo di fare un esempio, facendo emergere la sequenza degli atteggiamenti degli attori e l’effetto reciproco delle loro modalità comunicative. La circolarità è utile per capire le differenti prospettive degli interlocutori e per spiegare i motivi per cui gli altri li rappresentino diversamente;

Curiosità: atteggiamento di continua ricerca nella comprensione di come ogni persona coinvolta nella situazione, ponendo attenzione a non schierarsi con nessuno degli interlocutori.

In generale, l’educatore deve utilizzare sempre un linguaggio ponderato, ma esplicito e diretto: deve assicurarsi che il proprio interlocutore comprenda perfettamente quanto gli viene detto e non si esprima forzatamente. Per questo, se a domanda non si riceve risposta, è bene non insistere troppo e andare oltre.

A tal proposito, servirsi della riformulazione di quanto ci è stato detto per renderlo inequivocabile a noi e all’utente, non prevede alcuna modifica di quanto ascoltato, senza alcuna aggiunta di dettagli mai esplicitati dall’utente. Quest’ultimo aspetto in particolare, è da tenere a mente soprattutto nella stesura delle relazioni, in cui devono essere riportati i fatti cosi come vengono osservati e ascoltati es. se il bambino piange mentre è con noi non spiegando perché e come si sente, noi non scriveremo che il bambino appare triste, ma ci limiteremo a registrare che piange senza esplicitare le sue emozioni. Ad un educatore inesperto può sembrare un modo freddo e distaccato di riportare i fatti, ma in verità si tratta di un metodo rispettoso del vissuto e dei tempi altrui, volto a tutelare la riuscita del percorso educativo e la veridicità della relazione educativa anche agli occhi di altri professionisti che in futuro potrebbero entrare in relazione con il caso, senza rischiare di incorrere in distorsioni.

A presto,

Giancarla.

Fonti:

Maida, S., Nuzzo, A., Reati, A., Il colloquio nella pratica educativa, Carocci Faber, Roma, 2006.

Rogers C. R., La terapia Centrata sul Cliente, Giunti Editore, Firenze, 2013.

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