La convivenza tra culture non è utopia: il decalogo di Alexander Langer

La convivenza tra culture non è utopia: il decalogo di Alexander Langer

Uno dei tasti più dolenti in tema di intercultura sappiamo essere la convivenza tra culture.

In modo istintuale, infatti, retaggio della nostra origine animale, tendiamo a fuggire da ciò (e da chi) ci risulta estraneo, nel tentativo di tutelarci. Per analogia, forti di questo meccanismo, allontaniamo anche le culture differenti, considerandole aprioristicamente ostili e minacciose.

Fortunatamente, dal mondo animale ci siamo evoluti, riuscendo a sostituire l’istinto con la ragione, consapevoli per questo che affinché certi automatismi si disinneschino, occorre fare tanto “allenamento” o meglio, detto in modo pedagogicamente, realizzare una lunga opera educativa.

Photo by Alissa De Leva

Ma come fare per favorire la convivenza tra culture? Il Tentativo di decalogo di Alexander Langer.

Una delle migliori proposte in tema di convivenza interculturale ci viene offerta dal politico altoatesino Alexander Langer, tramite il suo testo più noto Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica del 1994.

Alexander Langer, nato a Sterzing/Vipiteno (Bolzano) nel 1946, dove la convivenza tra comunità tedesca, italiana e ladina è estremamente difficile, cresce e vive sin da bambino le difficoltà dell’incontro tra culture. Grazie all’animo sensibile e al sostegno familiare, si laurea sia in Scienze giuridiche ché in Sociologia, portando avanti attivismo politico e studio pionieristico dell’intercultura, interrogandosi sulle conseguenze di sentimenti di appartenenza etnica esageratamente forti.

Le sue posizioni troppo avanguardistiche per i tempi però, lo espongono a varie discriminazioni e ad una impegnativa vita politica nel pieno della caduta del muro di Berlino. Probabilmente, anche a causa di tali difficoltà, nel 1995, a 49 anni, Alexander Langer sceglie di togliersi la vita.

Nonostante questo, di lui ci rimangono scritti come il Tentativo di decalogo, che ad oggi risultano a dir poco illuminanti, in cui utilizza il termine “etnico” come quello che meglio racchiude caratteristiche nazionali, linguistiche, religiose e culturali riferibili all’identità di un gruppo.

Photo by Pat Whelen
  1. La compresenza pluri-etnica sarà la norma più che l’eccezione; l’alternativa è tra esclusivismo etnico e convivenza”.

Convivere è inevitabile. Non ci saranno mai abbastanza muri né politiche che potranno evitare l’incontro tra popoli. Ma si può scegliere tra una convivenza vissuta come una condanna e una convivenza vissuta come arricchimento e opportunità, in un’ottica di condivisione primariamente spirituale anziché materiale.

  1. Identità e convivenza: mai l’una senza l’altra; né inclusione né esclusione forzata.

Non si può negare la rilevanza dell’identità ma si deve sempre tenere in considerazione che le identità non sono e non possono essere categorie fisse applicabili indistintamente es. non tutti gli Italiani sono “italiani” allo stesso “modo”, intendendo l’italianità nelle stesse accezioni.

Bisogna consentire una più vasta gamma di scelte individuali e collettive, accettando momenti di tipicamente etnico-identitari ma anche di incontro e cooperazione inter-etnica. Ciò richiede che le comunità interessate si impegnino verso questa opzione di convivenza.

  1. Conoscersi, parlarsi, informarsi, inter-agire: “più abbiamo a che fare gli uni con gli altri, meglio ci comprenderemo”.

Ogni individuo dovrebbe predisporsi a prescindere a tentare di conoscere l’altro: la conoscenza è il passo fondamentale per la comprensione del diverso e porre le basi della convivenza.

Photo by Gemma Chua-Tran
  1. Etnico magari sì, ma non a una sola dimensione: territorio, genere, posizione sociale, tempo libero e tanti altri denominatori comuni.

Modellare la propria immagine in base a una differenziazione etnica può essere legittimo ma si devono valorizzare anche tutte le dimensioni della vita personale e comunitaria che non essenzialmente a carattere etnico. Es. la propria professione.

  1. Definire e delimitare nel modo meno rigido possibile l’appartenenza, non escludere appartenenze ed interferenze plurime.

L’appartenenza etnica, essendo frutto di storia, tradizione, educazione e abitudini, prima che di opzione, volontà e scelte consapevoli, non è e non deve essere delimitabile. Per questo è necessario promuovere una nozione più flessibile e meno esclusiva dell’appartenenza, capace di favorire l’esistenza di appartenenze plurime.

  1. Riconoscere e rendere visibile la dimensione pluri-etnica: i diritti, i segni pubblici, i gesti quotidiani, il diritto a sentirsi di casa

Convivere tra etnie diverse sullo stesso spazio, con diritti individuali e collettivi appropriati per assicurare pari dignità e libertà a tutti, deve diventare la regola, non l’eccezione, garantendo atutti di sentirsi di casa es. consentire a tutti di indossare segni distintivi della propria fede religiosa come croci, kippà o turbanti.

Photo by Dollar Gill
  1. Diritti e garanzie sono essenziali ma non bastano; norme etnocentriche favoriscono comportamenti etnocentrici

Il modo in cui le leggi vengono scritte, influenza l’esito delle relazioni: leggi e strutture fortemente etnocentriche finiscono con l’inasprire conflitti e tensioni rafforzando atteggiamenti etnocentrici; una cornice normativa chiara e rassicurante che garantisca a tutti il diritto alla propria identità e favorisca cooperazione inter-etnica, incoraggia scelte di buona convivenza.

  1. Dell’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera. Occorrono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”.

Langer nel suo pensiero parla di “traditori della compattezza etnica” e “transfughi” considerandoli due tipologie di traditori della cultura d’origine. I secondi, addentrandosi in una nuova cultura, perdono completamente le proprie radici, venendo assimilati. I primi, pur rimanendo legati alle proprie origini, esplorano altre culture tentando di superare confini imposti socialmente, ma materialmente inesistenti. I traditori della compattezza sono considerati traditori secondo un’accezione positiva, ritenuti invece pionieri coraggiosi alla base della convivenza interculturale.

  1. Una condizione vitale: bandire ogni violenza.

È fondamentale bloccare sul nascere ogni affiorare del germe della violenza etnica, che, se sottovalutato o tollerato, può innescare spirali di odio incontenibili. Affinché tale fenomeno si contenga, non bastano leggi e direttive, ma occorre una decisa e consuetudinaria condanna sociale.

  1. Le “piante pioniere della cultura della convivenza”: i gruppi misti interetnici.

I gruppi misti interetnici sono quelli che coraggiosamente abitano “gli spazi di mezzo”, provando a realizzare attivamente apprendimento e cambiamento. Si tratta di innovazione pura, per cui vivere esperienze di diversità etnica e incontro è possibile e costituisce un gruppo di verifica della possibilità di realizzazione della convivenza.

Photo by Elizabeth Tsung

Alexander Langer giunge al decalogo rendendosi conto che il sistema di relazioni tra popoli non si fonda sulla coesistenza pacifica, ma sulla “segregazione pacifica”, sulla separazione e l’isolamento consapevole, preferendo tenere cordialmente separati mondi che si pensa non siano in grado di incontrarsi mai.

La sua proposta di decalogo è una risposta sicuramente più complicata da offrire, ma volta ad indurre un cambiamento sociale profondo tutelando pluralità e diversità, coscienti che così facendo, potranno generarsi nuove occasioni di crescita sociale. La sua proposta, seppur complicata, appare più duratura, rispettosa di ogni individualità e di estrema levatura intellettuale.

A presto,

Giancarla.

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