I giovani con background migratorio non sono “immigrati di seconda generazione”

I giovani con background migratorio nel nostro Paese rappresentano un gruppo numeroso, costituendo ben il 10% del totale della popolazione studentesca presente nelle scuole italiane (MIUR, 2019). Divenendo per questo un gruppo di estrema rilevanza sociale ed economica, non più trascurabile in termini di scelte politiche e governative.

Photo by Autumn Goodman

Si tratta di quei ragazzi, cresciuti in Italia da genitori stranieri, definiti “immigrati di seconda generazione”

Sono una generazione cruciale per il futuro del Paese, poiché, pur alla costante ricerca di equilibrio tra bisogno di identità e desiderio di appartenenza, sono potenziali portatori di un nuovo senso di identità nazionale, poliedrico e multidimensionale, in cui l’appartenenza ad un Paese non è data da aspetti materiali come connotati somatici simili, ma da qualcosa di più sottile e profondo, come l’affezione ad una cultura e alla sua lingua, senza escludere la possibilità di provare affetto ed affezione anche per altre culture all’insegna del plurilinguismo.

In tale dimensione, questi ragazzi, non dovrebbero essere considerati “italiani stranieri”, ma italiani con il valore aggiunto di riuscire ad integrare nella loro persona i valori di un Paese europeo latino con quelli di altri Paesi di altre longitudini e latitudini. Essi hanno il potenziale di fungere da catalizzatori per tutti gli altri italiani di origine italiana, nel dialogo tra i popoli.

Nonostante questo, la figura dei ragazzi con background migratorio, considerati immigrati di seconda generazione, si connota agli occhi dell’Italia di una condizione di perenne distanza e precarietà, vedendoli forse come italiani solo al compimento del 18° anno di età (Legge 91/1992).

Tale precarietà, spesso tradotta dai ragazzi come l’essere degli ospiti indesiderati, crea difficoltà in ambito identitario.

Il giovane con background migratorio deve intraprendere un percorso di ricerca del sé in bilico tra contesti di riferimento diversi e, se non adeguatamente supportato, rischia di trovarsi prigioniero in un limbo tra due “mondi”, senza mai appartenere completamente a nessuno dei due.

Cosa significa costruire la propria identità in circostanze come queste?

Significa non avere a disposizione dei modelli di riferimento “forti” esclusi genitori o parenti, essere preceduti da pregiudizi in ambito somatico, psichico e sociale e, nel caso si sia arrivati in Italia da poco, elaborare lo shock culturale dell’inserimento in un ambiente sociale nuovo.

Tale lotta identitaria raggiunge il suo culmine durante l’adolescenza, arco temporale in cui, per tutti gli individui, si consolida la propria identità personale e sociale.

La costruzione dell’identità non è solo un processo intimo e personale, ma è influenzato dallo sguardo e dall’opinione dell’altro, lasciando spazio ad un vero e proprio momento di crisi adolescenziale in cui si distrugge la propria identità di bambino per poi, attraverso il confronto con se stessi e gli altri, iniziare a costruire la propria identità di adulti (Erikson, 19174). Nel caso dei ragazzi con background migratorio, la questione si complica, dando vita a 4 strategie principali:

1.l’isolamento, è la strategia usata maggiormente dai ragazzi giunti nel paese di accoglienza in età pre-adolescenziale. Questi ragazzi tendono a sperimentare nei primi anni in Italia un’esperienza di spaesamento a seguito anche di scarsa competenza linguistica;

2.il ritorno alle origini, è un atteggiamento di rifiuto nei confronti della cultura del paese ospitante che porta ad identificarsi completamente con la cultura di origine e a rafforzare tutti gli elementi che ne fanno parte. Questi ragazzi, anche se vivono in Italia, non hanno alcun rapporto con i coetanei autoctoni, si comportano come se non fossero mai partiti dal paese d’origine frequentando esclusivamente i connazionali. Questi atteggiamenti sono praticati soprattutto dalle persone che appartengono a gruppi etnici coesi, solidali e numericamente presenti sul territorio. A differenza degli isolati, questi ragazzi hanno una movimentata vita sociale, ottengono buoni risultati scolastici, sono oggetto di grandi aspettative da parte della famiglia e sono consapevoli che vivere in Italia, per alcuni aspetti, consente loro di aspirare a condizioni di vita migliori. Per il futuro non escludono di ritornare nel Paese di origine;

3.il mimetismo, sono ragazzi che si sentono italiani e vogliono essere trattati come tali. La maggior parte di questi ragazzi frequentano il liceo, hanno dei genitori istruiti e discretamente inseriti nel contesto lavorativo;

4.il modello bi-culturale, questa strategia, forse quella ottimale ai fini di un’onesta costruzione identitaria, richiede un alto livello di competenza in entrambe le “culture”. Il ragazzo è in grado di gestire la doppia appartenenza culturale in base al contesto in cui si trova, ad esempio se è con i compagni di classe parla in italiano (se non in dialetto), se invece è con la famiglia discute nell’idioma materno degli ultimi avvenimenti accaduti nel paese natale. Questa capacità di passare da un contesto all’altro permette di considerare la doppia appartenenza nazionale come una risorsa e non come uno svantaggio.

Photo by Naassom Azevedo

Riuscire a preparare un Paese ospitante affinché i ragazzi con background migratorio favoriscano un modello identitario biculturale, aiuta ad evitare i meccanismi di stress culturale raccontati da numerose ricerche a cavallo degli anni ’90 e 2000 (Sam, Berry, 1995 e Rumbaut, Portes, 2001). Tra questi l’acculturative stress, dato dalla difficoltà di conciliare sistemi valoriali e culturali diversi,e lacculturative dissonance, il conflitto che può determinarsi tra genitori e figli nel momento in cui i primi rimangono legati ai valori d’origine e i secondi accolgono quelli del Paese di destinazione.

Creare da parte dei Paesi ospitanti un sistema di accoglienza e d’inclusione, appare una questione non più trascurabile a partire dalle origini del problema: la posizione giuridica dei ragazzi con background migratorio.

La legge sulla cittadinanza, Legge 91/1992, è ferma da quasi 30 anni, non tenendo conto delle evoluzioni sociali dell’Italia, non considerando in nessun modo le esigenze identitarie della “nuova generazione di italiani”.

Con la legge attuale acquisiscono alla nascita la cittadinanza italiana tutti coloro i quali, nati in Italia o all’estero, abbiano almeno uno dei genitori con cittadinanza italiana (ius sanguinis). Mentre, secondo l’articolo 4, comma 2 della suddetta legge, lo straniero, nato in Italia, può divenire cittadino italiano a condizione che vi abbia risieduto legalmente e ininterrottamente fino al raggiungimento dei 18 anni e dichiari, entro un anno dal compimento della maggiore età, di voler acquisire la cittadinanza italiana.

Così facendo, per bambini e ragazzi nati in Italia da genitori stranieri, fino ai 18 anni vengono meno tutti i diritti legati alla cittadinanza o all’essere cittadini Eu, come la libera mobilità, il partecipare a bandi Erasmus o il rappresentare il Paese in cui si nasce, si cresce e si studia, in competizioni internazionali di vario tipo.

Nei decenni, tante sono state le proposte presentate in Parlamento volte a snellire una norma ormai lontana dal tutelare gli interessi dei cittadini che vivono regolarmente in Italia, senza alcun successo, continuando a lasciare un vuoto normativo incolmabile.

Photo by Minnie Zhou

La vita di un Paese può cambiare a seguito della Legge che impone giuridicamente delle novità o a seguito delle pressioni della società, ormai non più rappresentata da determinate norme.

Quel che si auspica anche grazie all’educazione interculturale, è di indurre consapevolezza riguardo una condizione interculturale che di fatto già esiste e che aspetta solo di essere tutelata e valorizzata per il bene di chi la vive e dell’evoluzione della società che la ospita.

A presto,

Giancarla.

2 risposte a “I giovani con background migratorio non sono “immigrati di seconda generazione””

  1. Che bello vedere una collega cosi preparata in temi cosi delicati che sono però di vitale importanza per gli studiosi di scienze dell’educazione. Ho scoperto il profilo per caso su Instagram ed ora eccomi qui. Sono una futura Pedagogista iscritta a Roma3 e sono nata in Italia da genitori Nigeriani. Piacere

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    • Ciao Cinzia, che piacere conoscere una collega! Sono contenta che sia giunta ai miei contenuti: essere apprezzata da chi è competente in materia e comprende anche personalmente i temi di cui parlo, è un grande sprone. Grazie di cuore.

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