L’intercultura: cos’è e perché non possiamo più farne a meno

Per diversi decenni, con la nascita degli Stati moderni, si è pensato che la questione migratoria andasse affrontata solo in ambito politico. Tuttavia, i fenomeni sociali disfunzionali connessi all’incompleta gestione del fenomeno, hanno posto l’accento su quanto le migrazioni siano multidimensionali, abbracciando politiche sociali, educative, sanitarie, lavorative, culturali ecc., e rendendo chiaro che gli attori decisionali da coinvolgere siano molteplici e che da questo dipenda la stessa tenuta democratica dei Paesi occidentali.

Photo by Omar Lopez

Tutto parte dal superare le vecchie visioni assimilazionista e multiculturalista che volevano rispettivamente la negazione della cultura del migrante o la sua accettazione ghettizzante senza una reale integrazione. Appare necessario assumere uno sguardo diverso, interpretando i soggetti di origine straniera non più come portatori di bisogni, ma come portatori di diritti e potenziale ricchezza, sia in termini sociali che politici ed economici, secondo un’ottica interculturale.

La prospettiva interculturale: una proposta alternativa

Affinché ciò avvenga occorre primariamente superare una visione gerarchica ed asimmetrica nei confronti dello straniero, per assumere una prospettiva di co-educazione aperta, volta alla maturazione sia del migrante nei confronti del Paese ospite che del Paese ospite nei confronti delle culture migranti, inaugurando un percorso innovativo di “educazione dialogica” costante e reciproca, costruita insieme attraverso relazioni fondate su basi di uguaglianza, reciprocità e responsabilità.

Ma perché tutto ciò si possa realizzare occorre raggiungere una condizione di simmetria relazionale attualmente inesistente, consistente nella possibilità di esprimere la propria soggettività, le proprie esigenze, i propri bisogni, i propri interessi e i propri diritti alla pari.

Photo by Gift Habeshaw

Passaggi preliminari fondamentali sono:

  • valorizzazione il patrimonio linguistico-culturale dei migranti, dando spazio al plurilinguismo in quanto risorsa, sostenendo e facendo crescere l’associazionismo delle comunità migranti come via di mediazione interculturale, superando una concezione che vuole le culture e le identità come delle realtà statiche o folkloristiche;
  • dare visibilità anche ai bisogni formativi e culturali dei migranti e non solo ai bisogni di prima accoglienza, mettendo al centro la mediazione interculturale come prospettiva che tiene conto anche delle seconde generazioni dell’immigrazione, dando spazio al loro orientamento scolastico, formativo e professionale. Le seconde generazioni sono il nodo cruciale del fenomeno migratorio, una sfida per la coesione sociale e un fattore di trasformazione della società ospitante;
  • incrementare il lavoro in rete tra scuole, centri di educazione degli adulti, centri educativi e tutte le associazioni che favoriscono la riflessione critica sulle prassi educative e l’elaborazione di attività interculturali che si rivolgono a tutta la popolazione migrante e non, ripensando in primis scuola ed educazione come luoghi privilegiati di mediazione interculturale.

In tal modo si pongono le basi del dialogo interculturale, alla cui origine trova ragion d’essere l’educazione interculturale.

L’educazione all’intercultura richiede un impegno costante che ha luogo nella scuola e nella società a tutti i livelli e a tutte le età, nel quadro di processi di life long learning dei soggetti e delle comunità.

Photo by Chayene Rafaela

Tale approccio non è né naturale né scontato e, al contrario, rappresenta un progetto educativo voluto ed intenzionale che deve essere consapevolmente portato avanti giorno dopo giorno richiedendo attenzione e competenza da parte di tutti i protagonisti.

Si tratta di un progetto politico intenzionale attraverso l’organizzazione e l’impegno politico chiaro da parte di tutte le principali Istituzioni, in scelte volte al dialogo e al confronto culturale rivolto a tutti, autoctoni e stranieri.

L’educazione interculturale, da impartire fin dalla prima infanzia, vuole uno sforzo sociale generale volto alla modifica di un approccio culturale nei confronti del diverso, ospite o ospitante, restio, chiuso e diffidente.

Si tratta di un salto mentale collettivo in cui le diversità (culturali, di genere, di classe sociale, biografiche, ecc.) divengono un punto di vista privilegiato dei processi educativi, offrendo l’opportunità a ciascuno di svilupparsi a partire da ciò che si è, senza esclusioni.

Photo by Mimi Thian

Una tale rivoluzione culturale, dunque, presuppone:

  • un progetto educativo, che esige che nella società sia attivo un investimento volto a intessere relazioni tra soggetti che fanno riferimento a culture diverse, coinvolgendo dimensioni molteplici della vita dei soggetti, da quella sociale ed economica fino a quella culturale;
  • con una dimensione politica, in quanto rivolto al futuro e connesso ad un’idea di società da costruire. Parlare di educazione significa sempre configurare un progetto di collettività da perseguire improntato a principi universali comuni ed irrinunciabili come democrazia, pluralismo e giustizia sociale;
  • ed una dimensione intenzionale, perché frutto di scelte precise, esito di una progettualità, di una riflessione, di studio, non di casualità.

Il ruolo della scuola e dei servizi educativi

Appare necessario, allora, sostenere servizi educativi ed istituzioni scolastiche nella costruzione di risposte territoriali concordate con soggetti pubblici (come enti locali, altre scuole, agenzie e istituzioni culturali pubbliche) e privati (come associazioni culturali, di volontariato, ONLUS, cooperative sociali, associazioni di immigrati) del territorio favorendo esiti efficaci in termini di inclusione sociale.

Va poi osservato che il problema dell’integrazione degli allievi con cittadinanza non italiana passa per la lotta all’esclusione sociale delle loro famiglie: sono ancora pochi, anche se interessanti, i casi di scuole che si fanno carico di organizzare percorsi di apprendimento dell’italiano per quei genitori di allievi stranieri.

La formazione interculturale degli insegnanti ed educatori occupa, infine, un posto di grande rilievo poiché è solo a partire da una corretta impostazione del lavoro educativo che si può sperare di diffondere una sempre più necessaria cultura della convivenza.

L’educazione interculturale è un progetto educativo intenzionale che taglia trasversalmente tutte le discipline e si propone di modificare le percezioni con cui generalmente ci rappresentiamo gli stranieri.

La finalità dell’educazione interculturale è di incidere nel contesto educativo, culturale, sociale, economico e politico, che, con i suoi dispositivi di differenziazione sociale, rende il migrante un soggetto vulnerabile ed il Paese ospitante una realtà ostile da abitare solo a fini economici senza intenderla mai come Casa.

A presto,

Giancarla.

Fonti: Fiorucci M. e Catarci M., L’educazione interculturale tra teoria e prassi, Università degli Studi Roma Tre Dipartimento di Scienze della Formazione, Roma, 2020.

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