La vita davanti a sé

Trama: Momò è un problematico ragazzino senegalese senza famiglia ospitato a Bari dal dottor Coehn. Seguire un ragazzo come lui però, non è facile, per questo il dottor Cohen, genitore affidatario, decide presto di chiedere aiuto ad una sua paziente, un’anziana donna ebrea sopravvissuta ad Auschwitz dal carattere forte e dai modi incisivi che, dopo aver dedicato la propria giovinezza alla prostituzione, in tarda età accudisce segretamente i figli delle prostitute più giovani.

Anno: 2020 Paese: Italia
Titolo originale: The Life Ahead
Durata: 95 min Genere: drammatico
Voto: 3,5/5

Ispirato all’omonimo libro del francese Romain Gary del 1975, già oggetto di un film vincitore di Oscar nel 1977, La vita davanti a sé con la due volte Premio Oscar Sophia Loren, è un film semplice ma molto profondo.

Ambientato in Italia, a Bari, anziché in Francia come nel libro, La vita davanti a sé è il ritorno al cinema italiano drammatico di qualità, per tanto tempo purtroppo dimenticato.

Sophia Loren, nei panni di un’ex prostituta riciclatasi tata dei figli delle altre prostitute, forgiata dalla vita, è la vera punta di diamante dell’intera produzione la cui regia appartiene al figlio Edoardo Ponti che, degno di sua madre, è perfettamente in grado di fare lava sull’emotività della sua attrice protagonista.

Accanto al conclamato talento sella Loren, in grado di emozionare con un solo sguardo, troviamo un cast composto magicamente da attori già maturi dalla carriera decennale come Renato Carpentieri e Babak Karimi, e da attori giovanissimi alle prime armi, bambini, come Ibrahima Gueye, interprete del co-protagonista di Madame Rosa (Sophia Loren), Momò, e Diego Iosif Pirvu, che dà vita al piccolo Joseph.

Un film targato anni’70, ma molto attuale

La vita davanti a sé è capace di affrontare tante tematiche oggi molto attuali: l’educazione di un ragazzino difficile in primis, ma anche il concetto stesso di genitorialtà evidentemente non più ascrivibile esclusivamente a chi dà alla luce un bambino, ma solo a chi lo ama e da lui riesce a farsi amare. Si racconta, infatti, di come un’anziana ex-prostituta riesca a diventare la figura di riferimento di un combina-guai orfano, ma anche di Lola, prostituta transgender che, se nel libro originario vorrebbe dei figli, nel film di Ponti ha già un bimbo e tenta di ricucire i rapporti con il padre.

Ma torniamo al punto di partenza: Sophia Loren.

È innegabilmente il vero traino di questo film, tanto da far vociferare una sua possibile candidatura ad un terzo Oscar. Una capacità attoriale la sua che, nonostante le più di 80 primavere già vissute, è rimasta immutata se non ulteriormente sbocciata, capace ancora di raccontarci empaticamente una donna forte, nubile, ma madre di molti, consumata dalla vita ma non bruciata da essa che con grinta affronta il tramonto della sua esistenza terrena continuando a dare amore ai più fragili, ai figli delle prostitute sole che a volte rimangono ignoti anche alla legge.

Se la terza candidatura all’Oscar dovesse arrivare, non rimarremo stupiti ma, se così non sarà, l’immensità di Sophia Loren sarà comunque già consacrata dalla sua incredibile naturale bravura.

A presto,

Giancarla.

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