I comportamenti disfunzionali degli educatori: problemi e possibili soluzioni

Non rifugiatevi nei bambini per colmare le vostre carenze affettive” è uno degli insegnamenti che più mi sono rimasti impressi del corso Montessori. Insieme a questo, spesso mi torna in mente anche: “ci sarà sempre quel bambino che vi smuoverà qualcosa di emotivo e lì starà a voi fare un lavoro interiore su voi stessi tale da non comprometterne il percorso di crescita”.

Tutti noi educatori, nel pieno delle nostre migliori intenzioni cerchiamo di mettere al centro dell’azione pedagogica il benessere del nostro educando. Tutti noi, al massimo delle nostre possibilità, proviamo ad aggiornarci e migliorarci cercando il confronto con colleghi e supervisori. Questo almeno è quello che crediamo o ci sforziamo di fare ma purtroppo, a volte, così non è.

Spesso, comunemente ed erroneamente, si dice che per fare l’educatore basta avere una vocazione e altrettanto spesso, per fortuna, ribadiamo l’esatto contrario poiché occorrono tanta formazione ed esperienza sebbene ci si senta educatori e non si faccia gli educatori.

Tuttavia, nonostante tutte queste bellissime consapevolezze – ovvietà per dei professionisti dell’educazione, nei diversi servizi educativi non è raro che si vedano comportamenti (se non addirittura atteggiamenti) inconsapevolmente disfunzionali che, sui propri utenti, generano risultati diametralmente opposti da quelli per lui desiderati.

Photo by Ben Shanks

I più comuni comportamenti disfunzionali

Spesso inconsapevoli e connessi alla convinzione di agire per il meglio, si tratta di comportamenti che possono creare tensioni all’interno del gruppo di lavoro rischiando di compromettere il progetto educativo.

Sulla carta, durante le riunioni o i confronti informali, si sembra essere tutti d’accordo su una determinata linea educativa, eppure spesso, nel momento meno opportuno, un educatore sembra lavorare in modo tale da lanciare tutt’altro messaggio, agendo d’istinto e mandando l’intero team o équipe in confusione.

In questi casi si può assistere a diverse tipologie di comportamenti disfunzionali, tra i più diffusi:

  • slanci affettivi esagerati nei confronti dei bambini o ragazzi, intendendo con esagerati tutti quei comportamenti non nati a seguito di un particolare momento d’intesa o frutto di un rapporto profondo, ma legati esclusivamente alla necessità dell’educatore di ricevere o dare affetto. Allora vediamo educatori o educatrici richiedere baci o abbracci e in alcuni casi darne “forzatamente”, con il bambino che si ritrae come farebbe con la zia di secondo grado che vede solo a Natale e che pretende un bacino;
  • prolissità, parlare con i ragazzi, fargli una ramanzina quando necessario e dimostrargli anche le nostre emozioni “negative” come rabbia e nervosismo, se sincere e soprattutto se legate ad un loro comportamento deludente, può essere un importante momento educativo: anche quello è educare poiché dimostriamo che tutte le emozioni possono essere espresse e non represse, anche le più tristi, e che si può farlo in modo sano e costruttivo. Tutto questo rientra sempre nell’agire educativo, ma va usato con grande parsimonia in modi e tempi opportuni. Non siamo evangelisti né dobbiamo creare alcun tipo di proselitismo, perciò meglio poche parole ma chiare e dirette, adeguate al nostro target, piuttosto che il “pippone” che ingigantisce solo il nostro ego, ma ai fini educativi annoia e distrae unicamente;
  • protagonismo insicuro, che scelgo di chiamare proprio con questo aggettivo riferendomi a tutte quelle condizioni in cui la necessità di essere sempre al centro dell’attenzione o in prima linea in qualsiasi situazione è legata non tanto a smanie di protagonismo vere e proprie quanto ad un’insicurezza personale tale che il non essere sempre coinvolti lo si vive come se si fosse esclusi correndo il rischio di sentirsi inutili e, in casi estremi, falliti.
  • chiusura e rigidità, è forse l’atteggiamento più diffuso e anche più pericoloso in quanto si sostanzia nel non mettersi mai davvero in discussione sia nei confronti dei colleghi che degli utenti, non riuscendo a rivedere i propri paradigmi neanche di fronte l’evidenza, ponendo un muro di fronte ogni forma di confronto appesantendo il lavoro dell’équipe e compromettendo la crescita dell’utente.
Photo by MARK ADRIANE

Le motivazioni sottese ad ogni condizione possono essere evidentemente molteplici e, onde evitare di scadere in psicologismi spiccioli, è bene che vengano analizzati volta per volta da chi di competenza quando, si spera, se ne crei l’occasione, magari durante una supervisione.

Ciò che possiamo dire a livello pedagogico però, rimanendo fermi sulla centralità che ogni nostro utente ha nella relazione d’aiuto che con lui instauriamo, è che questi sono certamente frutto di nostre questioni psicologiche irrisolte di cui i nostri ragazzi non devono e non possono fare le spese. Nessuno ci chiede di essere perfetti o dei super eroi, ma deontologicamente parlando siamo chiamati a fare del nostro meglio affinché certi pericoli provenienti da noi stessi vengano eliminati. Per questo dobbiamo attivarci per prenderne consapevolezza, affrontarli e tentare di superarli.

Le soluzioni

Le soluzioni sono principalmente tre, ancora più vincenti se portate avanti ciclicamente secondo il seguente ordine di apparizione:

  1. Formazione continua

Gli educatori, a differenza di altri professionisti, non sono ancora tenuti per legge a portare avanti un minimo di ore di formazione continua annuale o triennale volte all’aggiornamento costante rispetto ad evoluzioni teoriche, normative e sociali. Nonostante questo, ritengo che NESSUN educatore che si ritenga tale possa pensare di portare avanti la propria professione senza essere sempre sul pezzo, al passo con i tempi in cui sta lavorando.

La formazione è basilare e fondamentale per iniziare un qualsiasi tipo di discorso professionale, ma quella continua è indispensabile per salvaguardare la pulizia del nostro approccio: ci spinge a riflettere, a conoscere nuove realtà, a sentire testimonianze e, anche senza rendercene conto, ci induce a metterci in discussione in modo naturale, permettendoci di assimilare quanto letto, visto o ascoltato, rimuginarci, magari anche “litigarci”, per poi accomodarlo nel nostro bagaglio personale come elemento di crescita professionale o solo di arricchimento culturale. E, attenzione, non è vero che poiché si è impiegati in un servizio, ci si debba focalizzare esclusivamente sulle tematiche connesse a quel settore, anzi! Proprio perché sono anni che si è legati a quell’ambito, rimanere vigili su ciò che accade negli altri permette di non fossilizzarsi e avere una visione a 360° della realtà in cui si è immersi avendo modo di comprendere meglio anche sfumature del nostro settore di riferimento che, a lungo andare, si potrebbero non notare più.

  1. Lavoro in team o équipe

A livello professionale, per una persona appassionata del proprio lavoro, dopo aver fatto formazione o sviluppato una nuova intuizione non c’è nulla di più appagante che ritrovarsi con i propri colleghi e discuterne.

Se invece si cercano i colleghi per affrontare un problema o sviscerare un dubbio, si ha ancora più evidente la percezione di come il sostegno del gruppo, in educazione, sia fondamentale. Sia nella più felice che nella più triste delle ipotesi, confrontarsi con il gruppo porterà a qualcosa di positivo, fosse solo alleggerire la tensione rispetto ad un periodo di stress.

Tutto questo, affiancato alla formazione continua, ci rende più forti, più resistenti, ci tiene allenati al confronto e al dialogo: competenze tanto fondamentali per sviluppare una relazione dinamica con i nostri utenti, quanto labili se non costantemente allenate.

  1. Supervisione

La voce di qualcuno di estraneo alle dinamiche del gruppo di lavoro, super partes e più esperto, il cui unico focus è far sviluppare al meglio il servizio in cui si lavora, è per un educatore ed il suo team uno specchio preziosissimo rispetto al proprio agire quotidiano. Il supervisore, anche se in alcuni casi una presenza difficile da accettare, ci restituisce l’immagine oggettiva del lavoro che stiamo svolgendo e, anche se critico, ha come unico compito quello di salvaguardarlo.

Accettare i risultati delle supervisioni può essere impegnativo, anche doloroso, ma se si rimane focalizzati sul perché esiste la supervisione e a quali miglioramenti può condurre, si riuscirà a metabolizzarla meglio e nel modo più fruttuoso possibile.

Quanto fin qui detto ha di fatto un unico grande obiettivo: creare coscienza professionale, frutto di crescita personale e maturazione professionale, il cui strumento principale è l’introspezione, il meccanismo di autovalutazione cosciente che, in un secondo momento e con la dovuta calma, ci permette di porci domande e rispondere sinceramente a noi stessi.

Questo, spesso sottovalutato, è un momento cruciale per la vita di un professionista dell’educazione, un vero momento di snodo, un giro di boa dopo il quale non possiamo più tornare indietro dovendoci scontrare inevitabilmente con la nostra coscienza professionale ed iniziare a domandarci chi siamo e dove vogliamo arrivare, ma soprattutto se abbiamo bisogno di un aiuto, di qualunque genere esso debba essere.

Nessuno ci chiede di essere perfetti o dei super eroi, il vero super potere non è dire che va sempre tutto bene ma ammettere che qualcosa non va e che sia il caso di lavorarci su. Nessuno ci chiede di essere perfetti o dei super eroi, la nostra professione però ci chiede di essere coerenti e per questo molto coraggiosi.

A presto,

Giancarla.

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