La Sindrome da Bournout negli educatori in tempo di Coronavirus

Di Bournout sul lavoro fortunatamente si parla tantissimo. Fortunatamente perché sebbene sia un cancro della professionalità, responsabile di tanti fallimenti personali e professionali, l’unico modo per scongiurarlo, affrontarlo e superarlo è parlarne.

Sappiamo che il Bournout, in quanto conclamata sindrome che affligge l’individuo nell’ambito lavorativo, non si sviluppi dall’oggi al domani, ma che sia una goccia insidiosa di stress da lavoro, delusione, sentimenti repressi che, piano piano, giorno dopo giorno, mina la pietra dell’amore per la propria professione fino a snaturare completamente chi ne è afflitto.

In un professionista appagato e appassionato, il Bournout non si può sviluppare nell’arco di pochi mesi a causa delle conseguenze del lockdown, ma dato lo stress materiale ed emotivo a cui sono stati sottoposti professionisti dell’aiuto come medici, infermieri, psicologi e, nel caso specifico, educatori, il rischio di insorgenza della sindrome si è accentuato, ancor più se prima del lockdown, per i sempreverdi problemi che affliggono gli educatori in Italia, si era già costretti a sgomitare per portare a casa la pagnotta.

Gli educatori durante il Coronavirus

In virtù di quanto finora affermato, la vita degli educatori, in base ai diversi settori di lavoro, durante il Coronavirus è estremamente cambiata, ponendoli gravemente sotto stress.

Si sono fondamentale divisi in tre gruppi: chi dall’oggi al domani si è visto sospendere il servizio rimanendo improvvisamente con le mani in mano, magari in Cassa integrazione, se non perdendo addirittura il lavoro; chi, avendo la fortuna di trovarsi in Enti più forti, dopo un periodo di confusione generale, ha ripreso a lavorare “da casa”, provando a contattare gli utenti o gli alunni come poteva, rimodulando e, in parte, snaturando completamente il proprio lavoro; e chi, infine, impiegato in comunità residenziali si è trovato a fare turni massacranti tanto quanto medici ed infermieri, in casi estremi passando completamente la quarantena in comunità per motivi sanitari, ma anche 7e sopratutto deontologici.

Per tutti e tre i gruppi di educatori, la vita lavorativa si è stravolta, chiedendogli di diventare esperti nell’arte dell’arrangiarsi, rimodulando progetti, mansioni, gruppi di lavoro, ma anche sedi e orari. Tutto con un preavviso costante pari a zero: noi che lavoriamo pianificando, programmando e progettando consapevoli di dover tenere a mente ogni possibile situazione alternativa, ogni eventualità negativa, pronti ad agire col piano b, siamo stati chiamati a stracciare i nostri piani e a rivedere anche i nostri programmi di vita, subendo, diciamoci la verità, anche la discriminazione sociale di non veder riconosciuta la nostra professione, spesso pensata come una vocazione dove tutto si risolve a suon di cerchi a gambe incrociate seduti in cortile, confidenze e abbracci.

Ci stiamo scontrando, mai come ora, con l’ignoranza generale

Ci stiamo scontrando non solo con le difficoltà oggettive del tornare alla normalità in una relazione d’aiuto quando ci è richiesto il distanziamento sociale, ma sopratutto ci stiamo scontrando, forse mai come ora, con l’ignoranza generale di Istituzioni, Enti, Presidenti e pseudo colleghi improvvisati per far numero, che pensano che basti un appellativo per fare di una persona qualsiasi un professionista.

Ci scontriamo con chi ci ricorda, sapendo delle difficoltà della nostra professione, che alla fine questo non è un lavoro e che avremmo potuto fare qualcosa di più remunerativo, da poter svolgere anche al pc così non avremmo avuto tanti problemi. Oltre il danno, noi educatori, dobbiamo sentire la ramanzina da chi potrebbe fare tutto, tranne elargire pillole educative.

Ci scontriamo con chi pensa che la nostra passione, la nostra voglia di darci da fare e di tornare al più presto a fare meglio di prima, sia un’ottima occasione per sfruttarci, risparmiare ed arricchirsi.

Insomma, il lockdown è finito ma per noi la sfida e appena iniziata e dobbiamo rimanere vigili, tutelarci e non farci schiacciare da una realtà lavorativa che già prima della quarantena era riuscita a smembrare la professione non solo dando accesso per anni a chiunque ma creando anche le due “fazioni rivali” degli educatori sanitari e degli educatori sociali.

In questo momento così duro, è necessario rimanere fermi ed essere personalmente e professionalmente resilienti cercando di scongiurare ogni rischio di Burnout. Ma abbiamo chiaro cosa sia il Burnout?

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), il Burnout, termine inglese che letteralmente significa “bruciato”, “esaurito” o “scoppiato”, è una sindrome derivante da stress cronico associato al contesto lavorativo.

Nello specifico, nell’11esima revisione dell’International Classification of Disease (ICD), il testo di riferimento globale per tutte le patologie e le condizioni di salute sviluppato e aggiornato regolarmente dall’Organizzazione mondiale della sanità, si legge:

Il burn-out è una sindrome concettualizzata come risultante dallo stress cronico sul posto di lavoro che non è stato gestito con successo. È caratterizzato da tre dimensioni:
 Esaurimento emotivo (EE) – sensazione di esaurimento o esaurimento energetico;
– Depersonalizzatione (DP) – maggiore distanza mentale dal proprio lavoro o sentimenti di negativismo o cinismo legati al proprio lavoro; e
– Realizzazione Personale (RP)  sensazione relativa alla propria competenza e al proprio desiderio di successo.

Il burn-out si riferisce specificamente ai fenomeni nel contesto professionale e non dovrebbe essere applicato per descrivere le esperienze in altri settori della vita

Con queste parole, dal maggio 2019, il Burnout è riconosciuto come sindrome, ossia come un complesso più o meno caratteristico di sintomi, senza un preciso riferimento alle sue cause e al meccanismo di comparsa, e che può quindi essere espressione di una determinata malattia o di malattie di natura completamente diversa.

Cause

Vari studi hanno dimostrato che il Burnout non sia un problema dell’individuo in quanto tale, ma del contesto sociale nel quale opera, e quando l’ambiente di lavoro non riconosce l’aspetto umano del lavoro, il rischio di Burnout aumenta.

Alcune situazioni che, protratte, possono favorire l’insorgenza del Burnout sono:

  • sovraccarico di lavoro;
  • mancanza di controllo da parte dei superiori di grado;
  • gratificazioni insufficienti;
  • crollo del senso di appartenenza;
  • assenza di equità;
  • scarsa remunerazione;
  • valori contrastanti tra quelli del professionista e quelli promossi quotidianamente dall’ente.

Secondo gli studi di Maslach e Leiter (1997) proprio quest’ultimo punto sarebbe maggiormente alla base dell’insorgenza del Burnout.

Andando più nel dettaglio, si possono evidenziare diversi fattori che possono favorire l’insorgenza della sindrome in alcuni individui e/o contesti piuttosto che in altri.

Fattori individuali, perlopiù caratteristiche della personalità dell’individuo come:

  • introversione;
  • tendenza a porsi obiettivi irrealistici;
  • adottare uno stile di vita iperattivo;
  • personalità autoritaria;
  • abnegazione al lavoro, inteso come sostituzione della vita sociale;
  • concetto di se stessi come indispensabili;
  • motivazione ed aspettative professionali.

Fattori socio-demografici

  • differenza di genere (le donne sono più predisposte);
  • orientamento sessuale;
  • età (i giovani alle prime esperienze);
  • stato civile (i single).

Fattori organizzativi della struttura lavorativa:

  • ambiguità del ruolo professionale;
  • conflitto di ruolo;
  • sovraccarico di lavoro e/o responsabilità;
  • mancanza di stimolazione;
  • processi decisionali e di controllo subiti dal lavoratore senza alcun tipo di coinvolgimento o avvertimento;
  • retribuzione inadeguata

Sintomi

A caratterizzare il Bourout si hanno una serie di sintomi. Questi si identificano generalmente con nervosismo, irrequietezza, apatia, indifferenza, cinismo e ostilità riconducibili sempre alla vita lavorativa, a cui si aggiungono sintomi ulteriori che influenzano la sfera lavorativa, psichica ed emotiva.

Sintomi legati alla vita lavorativa, i più eloquenti per l’identificazione della Sindrome:

  • alta resistenza ad andare al lavoro ogni giorno;
  • sensazione di fallimento;
  • rabbia e risentimento;
  • senso di colpa e disistima;
  • scoraggiamento ed indifferenza;
  • negativismo;
  • isolamento e ritiro;
  • senso di stanchezza ed esaurimento tutto il giorno;
  • perdita di sentimenti positivi verso gli utenti;
  • cinismo verso gli utenti;
  • sensazione di immobilismo;
  • evitare discussioni di lavoro con i colleghi;
  • frequenti raffreddori ed influenze;
  • frequenti mal di testa e disturbi gastrointestinali;
  • rigidità di pensiero e resistenza al cambiamento;
  • sospetto e paranoia;
  • alto assenteismo.

Sintomi fisici

  • stanchezza;
  • irritabilità;
  • dolore alla schiena;
  • cefalea;
  • dolori viscerali;
  • diarrea;
  • inappetenza;
  • nausea;
  • vertigini;
  • dolori al petto;
  • alterazioni circadiane;
  • crisi di affanno;
  • crisi di pianto.

Sintomi psichici

  • irritabilità;
  • cinismo;
  • depersonalizzazione;
  • senso di frustrazione;
  • senso di fallimento;
  • ridotta produttività;
  • ridotto interesse verso il proprio lavoro;
  • reazioni negative verso familiari e colleghi;
  • apatia;
  • demoralizzazione;
  • disimpegno sul lavoro;
  • distacco emotivo.

Tale situazione di disagio, in casi particolarmente gravi, conduce ad abuso di alcool, psicofarmaci o fumo. Per tutti questi motivi, la Sindrome non va sottovalutata, ma prevenuta e trattata con efficacia.

Diagnosi e trattamento

La diagnosi del Burnout è stabilita da un professionista competente in materia (medico del lavoro, psichiatra, psicologo ecc.).

Tra i test più noti per la diagnosi di Burnout vi è il Test di Maslach (1981), di cui un adattamento italiano potete trovarlo qui, utile non ad auto diagnosticarsi la sindrome quanto a far capire se non sia il caso di chiedere aiuto.

Inoltre, data la difficoltà per i professionisti nel definire la diagnosi, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha fornito direttive e criteri di riferimento ad hoc. Al contempo, lo stesso Organismo sta sviluppando delle linee guida basate sull’evidenza del benessere mentale nei luoghi di lavoro.

In caso di diagnosi, dagli approcci più moderni emerge che l’azione per il superamento del Burnout deve essere necessariamente multidimensionale, prevedendo azioni sia a livello organizzativo aziendale che individuale.

Punto di partenza dell’intervento sarà il lavorare su una presa di coscienza del problema spostandosi in seguito sui fattori scatenanti e sulle relazioni che questi hanno con i nostri trascorsi personali e professionali, per poi contestualizzare tutto al nostro presente. Una volta determinate queste consapevolezze sarà necessario modificare atteggiamenti e comportamenti coerentemente con le nuove acquisizioni. A parole si risolve tutto in qualche riga, nei fatti diventa fondamentale rivolgersi ad un bravo psicoterapeuta, possibilmente esperto in psicologia del lavoro.

Infine, a seguito della complessità dei meccanismi psicologici e relazionali che muovo la Sindrome da Burnout, diventa fondamentale attivare delle opportune tecniche di prevenzione, ancor più in un momento professionalmente delicato come quello che stiamo vivendo.

Prevenzione della Sindrome da Burnout

L’attività preventiva nei confronti della Sindrome da Burnout è bene svilupparla principalmente in due direzioni: individuale e aziendale; tuttavia in campo educativo diventa cruciale anche il ruolo giocato dall’équipe di lavoro.

A livello aziendale

A livello aziendale è responsabilità del datore di lavoro, a seguito del Il testo unico sulla salute e sicurezza sul lavoro (D.Lgs. 81 2008), promuovere tutte le iniziative necessarie affinché la salute psicofisica dei lavoratori sia salvaguardata. Per questo motivo, prevedere periodicamente attività di supervisione psicopedagogica risulta fondamentale.

Attraverso tale attività infatti, i dipendenti imparano ad avere un punto di riferimento professionale, canalizzando le proprie problematiche al momento della condivisione. La supervisione, per un professionista abituato a farvi affidamento, diventa uno strumento di crescita imprescindibile, un pit stop emotivo e professionale, un vero snodo di riflessioni e confronto, fonte costante della linfa vitale necessaria per portare avanti il proprio lavoro con la stessa passione del primo giorno.

In questo contesto è importante il lavoro svolto sul singolo educatore, ma ancora più produttivo è quello svolto sul gruppo, tra colleghi, non necessariamente della stessa équipe, ma disposti all’ascolto reciproco e al mettersi in discussione.

Il lavorare in gruppo infatti, creando momenti di condivisione, permette il confronto, ma soprattutto abbatte il muro della solitudine, spesso alla base del processo d’inizio del Burnout quando, a causa di mille variabili, ci si inizia a sentire in gabbia nel proprio lavoro necessitando di una via d’uscita. Il condividere una propria fragilità, magari scoprendo che è anche quella di qualcun’altro, alleggerisce l’anima e permette di trovare nuove soluzioni sviscerando in più teste il problema.

Così facendo, anche l’équipe assume un ruolo di rilievo.

L’équipe

Il lavoro in équipe, già per come concepito prevedendo una costante condivisione di obiettivi, azioni e strategie, funge da prevenzione del Burnout in quanto il professionista non è mai solo e ogni questione, anche la più problematica, è affrontata insieme ai colleghi, sebbene provenienti anche da altre professioni.

L’équipe che funziona, genera appartenenza, l’appartenenza genera confidenza che genera relazioni sicure a livello professionale e, in alcuni casi, anche personale.

La supervisione fatta in équipe, dunque, diventa di fatto la miglior forma di supervisione possibile in quanto utile a seguire i singoli ma contemporaneamente anche il lavoro dell’intera équipe, in cui la sanità dei singoli e dei rapporti tra questi, se non curata con costanza, può facilmente generare un effetto domino per cui nel giro di poco si bruciano tutti i suoi componenti.

Giocando su un lavoro sul singolo, sul gruppo e sull’équipe, all’attività di supervisione risulta importante affiancare una costante formazione professionale, prevedendo corsi di approfondimento su tematiche teoriche, accademiche ma anche pratiche, non tralasciando mai aspetti comunicativi ed emotivi.

A livello individuale

Se a livello aziendale il datore di lavoro ha una serie di obblighi giuridici nei confronti dei suoi dipendenti, nel caso degli educatori questi hanno un obbligo deontologico nei confronti del servizio per cui operano e degli utenti a loro affidati, dovendo attivare consapevolmente nel corso delle propria attività lavorativa, tutta una serie di strategie utili a non cadere nel Burnout. Tra queste:

  • non chiudersi. Qualsiasi cosa accada sul lavoro e non solo, non chiudetevi nei vostri problemi. Parlate, parlate, parlate con i colleghi amici, confidatevi e sfogatevi senza vergogna;
  • non ostinarsi a fare tutto da soli. Se un educatore potesse fare tutto da solo ne basterebbe uno a servizio e non esisterebbe l’èquipe. Dunque, anche in questo caso, chiedete aiuto ai colleghi;
  • lasciare andare: se non ce la fate, mollate! Parlate con l’équipe, anche con l’utente se è possibile, e poi lasciate andare. Essere educatori non vuol dire essere onnipotenti. Magari per quel caso specifico un collega può fare di meglio, così come voi potreste agire bene su un caso in cui un altro collega è in difficoltà;
  • staccare dal lavoro. Non pensate 24h al lavoro, ma abbiate una vostra vita personale, altri interessi che esulino, altre amicizie. E mentre li coltivate, lasciate il lavoro fuori dai vostri pensieri. Solo staccando la spina a volte ci si ricarica e, avendo altri interessi oltre al lavoro, anche i momenti di crisi lavorativi verranno vissuti con più leggerezza perché più facilmente ridimensionali;
  • studiare. Il Burnout nasce spesso dalla confusione, dal non sapere come affrontare una questione, dal non sentirsi all’altezza e noi, in una società in rapida evoluzione come i nostri utenti, non possiamo rimanere indietro, dobbiamo conoscere i nuovi fenomeni sociali, le nuove teorie, gli eventi storici. Dobbiamo essere sempre sul pezzo, soprattutto se per qualche motivo il nostro ente di appartenenza è carente nell’offrirci formazione continua. Non si smette mai di imparare e di rimando, mai di studiare.

Ancora una volta, cari colleghi, siamo messi alla prova, ma ancora una volta, con la stessa forza che ci ha spinto a scegliere una professione volta ad arricchirci più umanamente che economicamente, sono certa che ce la faremo. L’importante è fare squadra restando professionalmente ed umanamente sempre uniti.

Per qualsiasi curiosità, delucidazione o confronto, non esitate a servivi della sezione Scrivimi.

A presto,

Giancarla.

Fonti: certifico; felice trasformazione personale; my personal trainer; psicologiadellavoro.org; state of mind; treccani; your edu action.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...