Coronavirus, Fase 2: “Non ho voglia di uscire” é la Sindrome della capanna o del prigioniero

Parlando con le persone dell’ingresso nella Fase 2, mi sono accorta che per molti di noi, seppur la voglia di tornare alla vita normale sia forte, si è attivata una sorta di blocco mentale. Un’apatia generale che nel momento in cui si inizia a porre la possibilità di allontanarsi da casa o di riprendere contatti sociali oltre la propria cerchia da quarantena, ci spinge a richiuderci nel nostro guscio attanagliati da un’ansietta non ben giustificata.

Qualche amica, chiacchierando del più e del meno, descrivendo le proprie emozioni ha parlato proprio di ansia da post-lockdown. Al ché, incuriosita, ho provato a fare qualche ricerca e questo è quanto ne è emerso.

La Sindrome della capanna o del prigioniero

Nonostante l’arrivo del Coronavirus e con lui del lockdown ci abbia spiazzati chiedendoci di mollare dalla sera alla mattina ogni attività sociale connessa alla nostra vita normale, la mente umana, così come il corpo umano è dotata di un’abilità salvifica da millenni: la capacità di adattamento.

Quello che è successo a tutti noi è stato che, dopo lo sconvolgimento iniziale, seppur riluttanti, pian piano abbiamo reagito (vi ricordate quando per incoraggiarci cantavamo alle finestre?), creandoci una nuova routine, una nuova vita a misura di quarantena alla quale, che ci piaccia o no ammetterlo, ci siamo abituati.

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United Nations COVID-19 Response

Il nostro cervello impiega circa 21 giorni a modificare un’abitudine e dall’inizio del lockdown ne sono passati decisamente di più. Ciò vuol dire che la maggior parte degli italiani ha avuto modo di “abituarsi” a una nuova modalità di gestire le proprie giornate, il proprio tempo e la quotidianità in generale” Eleonora Iacobelli, psicoterapeuta, presidente Eurodap e responsabile trainer Bioequilibrium intervistata da Adnkronos.

In più, essendo tutto questo dovuto alla necessità di doversi proteggere da un contagio, mentalmente per molti noi dover uscire, dover riprendere contatti sociali o riprendere i mezzi pubblici, si associa alla paura di essere esposti al Coronavirus dovendo tenere a mente sempre le nuove norme di distanziamento sociale, l’uso delle mascherine, i guanti, ecc. Tanta carne al fuoco per la nostra psiche che si trova a reagire con tristezza, paura, angoscia, frustrazione.

Da qui nasce la Sindrome del prigioniero o della capanna, una sindrome che colpisce chi ha trascorso molto tempo isolato dalla società in situazioni come il recupero da una grave malattia che costringe a casa, il doversi nascondere per salvarsi la vita o, come nel nostro caso, il rispetto di misure restrittive imposte a causa di una pandemia.

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Photo by engin akyurt on Unsplash

Non è un disturbo psicologico

Da chiarire subito è che la sindrome in questione non è un disturbo psicologico, ma una situazione emotiva normale, ossia una forma di difesa psicologica dopo un isolamento prolungatosi per diverse settimane che nulla ha di patologico se non il fungere da promemoria psichico per cui i cambiamenti necessitano di tempo per essere assimilati e non si può risolvere sempre tutto fast and furious come vorremmo noi.

Nonostante tali notizie rassicuranti, poiché gli eventi che ci hanno colpiti hanno dimensione planetaria con una prevedibile eco nei futuri libri di storia, molti psicologi ed importanti centri di ricerca di tutto il mondo stanno portando avanti studi sul fenomeno della Sindrome della capanna dovuto al lockdown per la pandemia di Coronavirus.

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Photo by Matt Seymour on Unsplash

I dati italiani sulla Sindrome della capanna

A tal proposito, secondo la Società Italiana di Psichiatria (Sip), oltre un milione di italiani rischia di svilupparla durante la fase post quarantena e secondo un sondaggio realizzato dall’Eurodap – Associazione europea per il disturbo da attacchi di panico per l’Adnkronos Salute che ha visto coinvolte 734 persone di ambo i sessi, è emerso che il 73% delle persone ritiene che sarà molto difficile tornare alla solita routine e solo il 7% si sente positivo e sicuro che tornerà tutto alla normalità; il restante 20% crede che avrà qualche difficoltà, ma è fiducioso. Per l’81% degli intervistati la principale paura è quella legata al contatto con gli altri, ma il 76% afferma anche che proverà comunque a riprendere i normali contatti sociali seppur con le dovute precauzioni e una certa diffidenza. Infine, l’87% dei partecipanti pensa che probabilmente nulla sarà più come prima.

Ma quando è balzata agli onori della cronaca psicologica la Sindrome della capanna?

Le origini della Sindrome della capanna

Le prime descrizioni cliniche della Sindrome risalgono all’inizio del XX secolo, quando i cercatori d’oro negli Stati Uniti passavo mesi interi in solitudine, vivendo all’interno di una capanna, da qui una delle denominazioni. L’isolamento mostrava i suoi effetti quando bisognava tornare alla realtà, manifestando nei soggetti interessati rifiuto e sfiducia nei confronti del prossimo, stress e ansia.

Sintomi erano comuni anche nei guardiani dei fari che, prima dell’automatizzazione, passavano lunghi periodi di tempo nei fari a cui erano assegnati.

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Photo by Andrew Charney on Unsplash

Come affrontarla?

Abbiamo detto poco prima che la Sindrome della capanna, per quanto poco piacevole, non è un disturbo psicologico ma una reazione emotiva normale a seguito di un lungo periodo di isolamento per cui è necessario concedersi del tempo per riabituarsi alla vita sociale, ma è possibile superarla più agevolmente? A tal proposito risponde ancora la dottoressa Iacobelli suggerendo di:

1) attenersi alle informazioni fornite dalle sole fonti istituzionali;

2) evitare di parlare esclusivamente di Coronavirus;

3) sforzarsi di riacquistare una buona socializzazione, seppur con le dovute precauzioni;

4) utilizzare il tempo a disposizione per riabituarsi alla routine (per esempio sforzarsi di svegliarsi allo stesso orario di quando si andava a lavoro);

5) non aver paura di chiedere aiuto qualora se ne abbia necessità.

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Photo by Kate Trifo on Unsplash

La dottoressa afferma inoltre che:

Più a lungo la sintomatologia viene ignorata, maggiori sono le possibilità che diventi cronica. E’ indispensabile avere la possibilità di elaborare lo shock per ripartire con una nuova consapevolezza e maggiore sicurezza in noi stessi e nelle nostre capacità”.

Infatti, sebbene la Sindrome della capanna sia una reazione emotiva naturale, forzare i tempi psicologici necessari all’elaborazione, piuttosto che aiutarci a tonare alla normalità, potrebbe intensificare i nostri disagi potendo rendere necessario l’intervento di un sostegno psicologico.

Per questo motivo e per affrontare tutte le difficoltà psicologiche connesse al Coronavirus, l’Eurodap ha promosso un’iniziativa di supporto psicologico a titolo gratuito: è sufficiente inviare una mail all’indirizzo info@eurodap.it o visitare la pagina Facebook lasciando i propri dati così da poter essere ricontattati da uno degli psicoterapeuti dell’associazione.

A questo, inoltre, mi sembra doveroso allegare anche il riferimento del Consiglio Nazionale Ordine degli Psicologi che, nella sezione Coronavirus, pubblica gli aggiornamenti relativi alle iniziative di sostegno psicologico realizzate sul territorio nazionale, permettendovi di accedere a tutta una serie di servizi utili a trovare il professionista più adatto a voi.

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United Nations COVID-19 Response

Propositivi sempre

Per concludere l’argomento che so darvi tanti grattacapi, vi lascio le riflessioni dello scrittore spagnolo Pablo D’Ors che, intervistato da El Pais, ci ricorda che:

Ci sono degli insegnamenti che possiamo apprendere da questo confinamento. Il primo è la vulnerabilità, l’essersi resi conto che non siamo delle divinità. Lo sapevamo, ma lo avevamo dimenticato. Il secondo è l’interiorità, non rifugiarci sempre nel divertimento, ma andiamo davvero nella nostra interiorità: facciamo silenzio, ripetiamo un’orazione, respiriamo con consapevolezza, ascoltiamo i battiti del cuore, camminiamo lentamente, osserviamo la natura e giochiamo con un animale. Il terzo la solidarietà e per ultima l’austerità. Non è che si può vivere con meno rispetto a quello che avevamo prima, è che si può vivere meglio. Dov’è la sfida? Nel dominare la paura e nel trovare un equilibrio tra la vita interiore e quella esteriore. In molto pochi usciranno trasformati da questo lungo confinamento obbligatorio, ma credo fermamente che sono quei pochi che faranno sì che il mondo diventi migliore”.

A presto,

Giancarla.

Fonti: adnkronos; El Pais; euronews.; vocidicittà.

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