Pedagogia salesiana: l’incontro con una nuova realtà educativa

Ebbene ragazzi, come ho lasciato intedere in alcuni articoli passati, l’arrivo del 2020 ha portato per me una serie di novità molto attese, una su tutte: il tanto agognato cambio di realtà lavorativa.

Desiderosa da tempo di nuovi stimoli dopo diversi, bellissimi ed intesi anni dedicati ai ragazzi con Autismo, ho deciso di entrare a far parte di un progetto della durata di un anno che mi permettesse di conoscere il mondo salesiano, una realtà educativa di stampo religioso cattolico, legata a doppio filo con l’ordine religioso dei Salesiani, fondati da don Bosco durante il XIX secolo.

Essendo solo un mese che sono in questa nuova realtà, essendo io la prima ad essere ignorante in tema di educazione salesiana e provenendo da un ambiente educativo diverso, mi sto dando letteralmente il tempo di assimilare un modo nuovo di lavorare in un contesto per me del tutto estraneo. Dunque quello di oggi non sarà un articolo di linee pedagogiche, bensì di introduzione e contestualizzazione doverose rispetto a tematiche più specifiche che tratteremo in futuro, quando io stessa le padroneggerò meglio.

Partiamo dal principio: Perché ho scelto proprio questa realtà educativa?

Perché pur non essendo una persona particolarmente religiosa, riconosco l’importanza dell’opera educativa dei Salesiani che, con Giovanni Bosco, nascono per educare i giovani e vivono ancora oggi per educare i giovani e non solo, e intendono l’educazione come un’attività che interessa l’intero arco della vita. È per questo motivo che oggi i Salesiani sono presenti in più di 100 Paesi nel mondo, offrendo la loro opera in contesti differenti in base alle necessità di ogni territorio.

Da gennaio io presto servizio in una Casa Salesiana – così si chiamano gli istinti salesiani – costituita in parte da una scuola secondaria di primo e secondo grado, e un centro di formazione professionale (CFP). Nello specifico sono assegnata al doposcuola e ad alcune attività ricreative della secondaria di primo grado, per gli amici: la scuola media.

La pedagogia salesiana: Lettera da Roma

Da chiarire subito è che quanto si parla di “pedagogia salesiana” non si fa riferimento ad un chiaro trattato di pedagogia o a studi scientifici, in quanto Don Bosco non fu uno studioso nel senso stretto del termine e non mise mai per iscritto le linee guida della sua teoria pedagogica, se non in un testo relativamente breve noto come Lettera da Roma. La sua visione educativa è dunque frutto di esperienza, sensibilità e passione, e l’idea di scrivere non nasce dal desiderio di diffondere un metodo ma dalla necessità di tramandare ai posteri il proprio lavoro affinché potesse sopravvivere alla sua morte.

DonBosco

Chi era Don Bosco?

Altro punto imprescindibile per comprendere l’educazione salesiana è capire chi sia stato Don Bosco.

Giovanni Bosco nasce nel 1815 terzo genito di una famiglia di agricoltori piemontesi. Il babbo viene a mancare quando Giovanni ha solo due anni e la mamma Margherita si trova a crescere da sola i tre ragazzi Antonio, Giuseppe e Giovanni, tentando di trasmettergli saldi principi morali e cristiani.

Giovanni, fin da bambino, sogna di diventare sacerdote. E lo fa nel senso letterale del termine quando, all’età di 9 anni, fa un sogno che per lui si rivelerà cruciale interpretandolo come il segno divino del cammino di vita che dovrà intraprendere. Sogna una donna splendente che gli dice: “Renditi umile, forte e robusto, e quello che vedi succedere di questi lupi che si trasformano in agnelli, tu lo farai per i miei figli. Io ti farò da maestra. A suo tempo tutto comprenderai”.

E’ Don Calosso ad iniziarlo agli studi sacerdotali, tutt’altro che semplici soprattutto a causa del contrasto con il fratello Antonio che vorrebbe che Giovanni lo aiutasse nei campi.

Seminarista a Chieri, inizia a darsi subito da fare ideando la Società dell’Allegria, che raccoglie i giovani della cittadina; e nel giugno 1841, all’età di 26 anni, viene ordinato sacerdote per poi perfezionare i propri studi nel convitto ecclesiastico.

Trasferitosi a Torino, avvia immediatamente la propria Missione.

A metà ‘800 Torino è piena di ragazzi poveri abbandonati a loro stessi in cerca di lavoro, orfani o soli, esposti ad ogni genere di pericolo. Don Bosco inizia da prima a radunarli la domenica in una Chiesa, in un prato, o in una piazza per farli giocare ed istruire nel Catechismo poi, dopo cinque anni di grandi sarifici, riesce a stabilirsi nel rione periferico di Valdocco e ad aprire il suo primo Oratorio. In esso i ragazzi trovano vitto e alloggio, studiano o imparavano un mestiere.

L’oratorio di Valdocco è solo il primo esempio di quella che poi passarà alla storia come l’Opera Salesiana. Infatti, per continure il proprio operato, Don Giovanni Bosco fonda la Congregazione Salesiana, ispirata a San Francesco di Sales e formata da sacerdoti e laici che vogliono continuare la sua opera e, volendo estendere la propria missione anche alle fanciulle, fonda, con Maria Domenica Mazzarello, la Congregazione delle Figlie di Maria Ausiliatrice.

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Don Bosco muore a 72 anni, il 31 Gennaio 1888. Papa Pio XI, che lo aveva conosciuto, lo beatifica nel 1929, e lo canonizza il giorno di Pasqua del 1° aprile 1934.

I Salesiani e le Figlie di Maria Ausiliatrice si sono in seguito sparsi in tutto il mondo al servizio dei giovani, dei poveri e dei sofferenti, con scuole di ogni ordine e grado, istituti tecnici e professionali, ospedali, oratori e parrocchie.

La comunità salesiana

A caratterizzare fin dal principio l’azione salesiana è il concetto di comunità. Le Case salesiane si caratterizzano da sempre per il rappresentare per chi vi entra, una famiglia, una realtà ospitante e calorosa dove chiunque, con i propri talenti, cerca di mettersi a disposizione di tutti.

Questa impostazione è voluta sin dal principio da Don Bosco quando, adunando i primi ragazzi e aprendo il primo oratorio, porta con sé anche sua madre Margherita che, a livello educativo e affettivo, diventa per tutti “mamma Margherita”, ricreando quel clima famigliare estraneo a molti.

In virtù di ciò, tutte le Case salesiane si caratterizzano per alcuni ambienti principali, sempre presenti al di là della missione della singola Casa: la Casa, intendendola come l’insieme di ambiente e clima che fanno sentire chiunque come se fosse parte di un Qualcosa; il Cortile, inteso come la presenza di un ambiente volto allo svago e al divertimento condiviso; la Chiesa e i luoghi di culto rappresentativi delle culture in cui la Casa si trova spingendo il ragazzo a sviluppare la propria spiritualità, (non necessariamente cattolica); e la Scuola, intesa come la presenza di luoghi in cui si possano coltivare talento e Sapere.

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Il sistema preventivo: ragione, religione, amorevolezza

Agendo con questi presupposti, don Bosco definisce quello che oggi è chiamato il “Sistema Preventivo”, un metodo educativo basato tre capisaldi: ragione, religione e amorevolezza che vogliono un’azione dell’educatore volta ad agire sul ragazzo in modo lungimirante e misurato, autorevole ma non autoritario, con un atteggiamento sinceramente affettuoso e fiducioso.

Così facendo con pazienza e costanza, allo stesso modo il ragazzo si atteggerà nei confronti dell’educatore, conferendogli fiducia, affidandosi a lui e accettando più serenamente aspetti della vita che ai suoi occhi possono apparire meno piacevoli, come il rispetto delle regole, la disciplina e lo studio con impegno e costanza.

Le mie prime impressioni

L’ingresso nella realtà salesiana per me è stato più difficile di quanto immaginassi.

Entrare a gennaio, ad anno scolastico in corso, con un gruppo di lavoro nuovo e poliedrico, in un ambiente mentalmente e materialmente del tutto diverso da quello da cui provenivo, non è stato facile.

Fermarsi, conoscersi tra colleghi, iniziare ad approfondire il metodo salesiano, darsi il tempo di imparare e cercare di ascoltare il più possibile è stato ed è ancora necessario.

Concedermi del tempo è doveroso, per questo ho atteso per parlare della nuova esperienza e per per approfondirne i vari aspetti mi concederò ulteriore tempo.

Certo, non è il momento migliore, l’anno scolastico è a metà, i ragazzi sono già in corsa, sono tanti, tanti nomi da imparare – io poi sono una sostenitrice del chiamare anche a scuola tutti i ragazzi per nome e non per cognome, cosa che richiede molto più impegno -, tante attività in pieno svolgimento con annesse costanti nuove richieste alle quali rispondere inventando soluzioni di sana pianta (problem solving, aiutaci tu!) facendo a volte anche fatica a capire la domanda per mia ignoranza… potrete immaginare il turbine delle ultime settimane, ma sapete una cosa? Tutto questo non fa che motivarmi e caricarmi, oltre che spingermi a godermi ogni attimo.

Non è facile, ve l’ho detto, ma è tremendamente appassionante.

A presto,

Giancarla.

Fonti: Salesiani Don Bosco

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