Rebecca e le Janas, un racconto magico nell’Isola delle leggende

Con la fine dell’estate e i primi temporali, non resisto e vi propongo un bel racconto da pomeriggio autunnale, da leggere accoccolati sul divano al riparo di una copertina leggera dalle frange lunghe e morbide. Con questa atmosfera, oggi vi presento Rebecca e le Janas di Claudia Zedda, un racconto per adulti e piccini, da leggere da soli o in compagnia, a partire dai 7 anni in sù.

Tradizione e magia nell’entroterra sardo

In poco meno di 120 pagine si intrecciano tradizione e magia. Si scoprono e riscoprono attraverso gli occhi della piccola Rebecca le credenze e la vita di un villaggio dell’entroterra sardo in un’epoca in cui la vita è ancora interamente scandita dalla natura e dalla comunità, i papà escono all’alba per tornare al tramonto, le mamme conoscono ogni segreto della cucina e della casa, e i bambini crescono in libertà vivendo incredibili avventure nei boschi.

Grazie alla curiosità di Rebecca, incotriamo le creature che da sempre popolano la tradizione sarda. Scopraimo ovviamente le Janas (letto Gianas), le fate che, secondo le leggende, popolano in vario modo ogni luogo dell’isola assumendo, in base ai diversi territori, differenti connotazioni più o meno benevole.

In generale si tratta di donnine di bassa statura che possiedono abilità magiche tali da influenzare la vita degli Uomini. La presenza delle Janas è talmente forte nella tradizione popolare sarda da essere ancora presenti nella denominazione di molti luoghi di interesse archeologico (e non solo) come le Domus de Janas, sorta di grotte la cui origine è ancora poco chiara, che, nel sentire comune, da sempre si individuano come le antiche dimore delle Janas. Alle Janas, inoltre, si deve la creazione della filigrana sarda, la cui tessitura di fili d’oro e la realizzazione di gioielli è da sempre a loro attribuita.

Rebecca, e sua mamma Emma prima di lei, incontra le Janas nel bosco vicino casa, in una graziosa e incantata casetta dove le fate, tutte insieme, si riuniscono dando sfoggio delle proprie abilità.

Rebecca, in quanto figlioccia della Jana Chiriga, fin dalla nascita è una piccola eletta caratterizzata da una particolare sensibilità nei confronti delle creature magiche. Ed è così, scorrazzando di qua e scorrazzando di là, tra il giardino di casa e i sentieri circostanti, che incontra il cervo magico, sa mama ‘e su bentu, Tzia Luna, Sa Coga e tante altre entità le cui origini ed intenzioni si scopriranno solo racconto leggendo.

Un linguaggio dolce e lineare che affascina il lettore

In un’atmosfera da Cristallo di Rocca illuminata dal camino e scaldata dagli scialli ricamati calati sul capo delle donne, con un linguaggio dolce e lineare i lettori più giovani, lontani dal gioco selvaggio dell’antica infanzia, rimangono rapiti e affascinati, mentre i più grandi, ormai assorbiti da altre fasi della vita, rievocano la genuinità e la purezza di anni in cui si stava meglio quando si stava peggio.

Un occhio di riguardo ce l’ho nei confronti dei lettori sardi adulti, soprattutto quelli lontani che hanno creato le loro famiglie altrove. Questi in particolare, li invito alla lettura, meglio ancora se con figli e nipoti, perchè Rebecca sarà in grado di ravvivare ricordi creduti ormai persi, dando spontaneamente vita a confortevoli momenti di condivisione familiare.

Un unico piccolo appunto che mi sento di fare è che, per rendere accessibile la lettura veramente a chiunque, soprattutto ai piccoli non sardi, l’ideale sarebbe che in nuove edizioni si aggiungessero delle note a piè di pagina che traducano o spieghino prevemente le diverse espressioni in Sardo (che ai fini della magia della narrazione è giusto che rimangano in lingua): renderebbero la lettura più autonoma e contribuirebbero ad avviare i bambini alla comprensione dell’uso delle note.

Rebecca: la Heidi sarda dai capelli castano oro

Detto questo, ribadisco ancora che Rebecca e le Janas, piccola Heidi sarda, è una lettura per tutti, in grado di far viaggiare e sognare, che all’immaginazione aggiunge il solletico del gusto grazie alla passione per la cucina di Claudia Zedda (kòendi è il suo blog di cucina), proponendo sempre a fine capitolo ricette culinarie sarde attinenti con la narrazione.

A tutto ciò, infine, aggiungete anche che Rebecca, seppur sarda, è descritta come una bimba “con quelle guance piene incorniciate da quei capelli castano oro, lisci e morbidi come il cotone“, e per me, che sono La Terrona Bionda, il gioco è fatto e il libro risulta inevitabilmente irresistibile.

A presto,

Giancarla.

Ps. Di seguito un piccolo Glossario dei termini sardi usati nel libro.

Sa: articolo fem. sing., la;  Su: articolo masch. sing, il, lo;
La sillaba “tz” si legge “zz” con la pronuncia dolce es. “Bianca Atzei”, si pronuncia “Bianca Azzei”; mentre la “x” si legge come il pronome prima persona singolare francese “je” es “Agelixedda” diventa “Angelijedda”

Contus: racconti.
Su Murdegu: il cisto.
Tzia, fem. sing. o Tziu, masch. sing. (diminutivo Tziedda): appellativo familiare usato nei confronti delle persone molto più anziane.
Luxìa Arrabiosa: personaggio leggendario sardo.
Sa mama ‘e su putzu: la mamma del pozzo, lo spirito del pozzo, personaggio leggendario sardo noto con tanti nomi tra i quali Maria Abbranca e Maria Farranca.
“Ma dd’acabbas?”: “ma hai finito?”
Carresegare: il Carnevale sardo.
Sa Scivedda: un catino di terracotta.
Su Giponi: sorta di giubetto nell’abito tradizionale femminile sardo.
Sa pipia: la bambina (così mi chiamava mio babbo da bambina ❤ e ogni tanto ancora in casa i miei parenti).
“Comenti, no ddu scis?”: “Come, non lo sai?”
“Ieterina, conta-ddi de Angelixedda, ohi cussa pipia…”: “Ieterina, raccontale di Angelina, ohi questa bambina…”
“Asi cumpréndiu?”: “Hai capito?” (intercalare costante a casa mia 😀 )
“Bai…bai…”: “Vai…vai…”
Sa Coga: personaggio leggendario sardo.
“Ajò, Rebecca. Ita ses faendi? Cala a controllai sa pippia, nc’est Sa Coga”: “dai, Rebecca. Cosa stai facendo? Scendi a controllare la bambina, c’è Sa Coga”.
Bellixedda: bellina.
“Ah Ninnia Ninnia, dormire si cheria, eh ninna eh ninna. Oh frore meu mannu, mai apa dannu, eh ninna eh ninna”: “Ninna nanna, dormi se lo desideri, Ninna nanna. Oh fiore mio grande, che mai abbia danno, Ninna nanna”.
Su pistiddu: riferito all’impasto con il miele.
Stratallata: bistrattata.
Su mucarori: il fazzoletto (per la testa indossato dalle donne)
Sa mama ‘e su bentu: la mamma del vento, lo spirito del vento, personaggio leggendario sardo.
Buginu: si rifà a Gian Battista Lorenzo Bogino, capo del governo sardo nel periodo sabaudo passato alla storia per la sua crudeltà il cui cognome, sardizzato in Buginu, è diventato appellativo di chi è considerato una cattiva persona.
Mesunoti: Mezzanotte.
Mesudì: Mezzogiorno.
“Mama’e su bentu faimi-ddu issiri bellu comenti ‘e rosa”:“Mamma del vento rabbiosa, fammelo uscire bello come una rosa”.

Fonti:
Contus Antigus – Leggende e Tradizioni di Sardegna;
Touring Club Italiano: Carnevale in Sardegna, tra folclore e tradizione;
Tracce di Sardegna: Domus de Janas
Vistanet.it: Lo sapevate? Da dove deriva il detto “Ancu ti curra su Buginu” (che ti perseguiti Bogino)?

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