Mio figlio in Rosa: l’affermazione dell’identità di genere nell’infanzia

Da qualche tempo ho deciso di approfondire alcune tematiche pedagogiche di nuova generazione, poco note in Italia, spesso guardate con sospetto, dalle quali però oggi, se si vuol svolgere bene il proprio lavoro, non si può più assolutamente prescindere, in qualità di genitori, educatori, cittadini ed essere umani.

Ho deciso di iniziare i miei approfondimenti da tutto quanto ruota intorno all’identità di genere: argomento da me trattato in modo superficiale all’università, conosciuto veramente grazie ad un collettivo studentesco, e continuato a studiare in autonomia negli anni a seguire.

Arrivando a comprendere quanto l’identità di genere sia un processo che inizia sin dalla primissima infanzia, sono arrivata a leggere il libro di cui vi parlerò oggi: Mio figlio in rosa di Camilla Vivian.

Questo libro in verità non parla in modo accademico di identità di genere, bensì racconta in prima persona la vita quotidiana di una mamma di 3 figli, il cui secondogenito vive da sempre la propria identità di genere in modo atipico.

Ma prima di andare avanti, facciamo un po’ di ordine terminologico grazie al contributo di State of Mind.

Chiariamo alcuni concetti

L’identità di genere consiste in come ciascun individuo sente di essere, il suo sentimento profondo di femminilità e/o mascolinità.

Spesso all’identità di genere si accompagna il ruolo di genere, ciò che è socialmente e culturalmente definito come maschile o femminile. Il ruolo di genere risponde alle norme sociali e alle credenze condivise dai più che definiscono quali comportamenti si adattano a chi nasce biologicamente maschio o femmina.

L’orientamento sessuale, infine, è definito dall’attrazione sessuale che ciascuno di noi prova nei confronti di un’altra persona.

Queste tre dimensioni nel sentire comune vanno di pari passo: chi nasce maschio ama e fa cose da maschio, si sente maschio e prova attrazione per le femmine; chi nasce femmina ama e fa cose da femmina, si sente femmina e prova attrazione per i maschi.

Tuttavia, molto più spesso di quanto si possa pensare, le tre dimensioni succitate possono assumere in una stessa persona infinite declinazioni.

Per questo oggi sappiamo che esistono il genere femminile, il genere maschile e altro. Molto ALTRO con cui non voglio subito destabilizzarvi se è la prima volta che leggete di questi argomenti.

Prima di entrare nel vivo infatti, ciò che mi preme farvi sapere e farvi capire è che gli esseri umani da sempre non si dividono semplicemente in maschi e femmine, ma che tutto può assumere mille sfaccettature per molti di noi inimmaginabili!

Nelle mie adorate Hawaii prima dell’arrivo degli stranieri occidentali la gente viveva in Aloha, cioè in armonia gli uni con gli altri e con il territorio. Ognuno aveva un ruolo nella società, che fosse uomo, donna o mahu. I mahu erano coloro che esprimevano apertamente la parte maschile e femminile che c’è in ognuno di noi. […] Ma quando nel 1800 arrivarono i missionari  rimasero scioccati da queste pratiche e la bandirono come immorali. […] Lo stesso è accaduto a Tahiti con i maohi, a Samoa con i fa’afafine, a Tonga con i fakaleiti. Tutti rappresentanti del terzo genere che esiste tuttora. […] I nativi americani del sud ovest degli Stati Uniti, per esempio i Navajo, dicono che viviamo tutti in un mondo “multigenere” che include almeno quattro generi differenti: i maschi, le femmine, i nadleehi che nascono maschi ma che da piccoli si comportano come delle bambine e poi da grandi come delle donne, e i dilbaa che al contrario nascono biologicamente femmine ma che fin dalla prima infanzia appartengono al genere maschile. I Navajo credono che a volte l’essenza dell’uomo e della donna siano rappresentate talmente bene all’interno della stessa persona che è come se quella persona avesse due spiriti. […] In India, in Bangladesh e Pakistan esistono gli hijras, anche loro considerati un terzo genere. in Thailandia il terzo genere è oggi riconosciuto dalla legge. Nei Balcani esistono le vergini giurate, donne che fanno voto di castità e iniziano a vivere come uomini cambiandosi nome, vestendosi come un uomo e potendo fare tutte le cose concesse agli uomini delle società patriarcali balcaniche. […] E, dulcis in fundo, proprio a casa nostra nel napoletano esiste la figura del femminiello, un uomo che si veste e si comporta da donna. Il femminiello è da sempre nella cultura partenopea, tenuto in gran considerazione e tradizionalmente legato alla Madonna di Montevergine. […] Non è più semplice pensare che la varianza di genere sia sempre esistita ma che anni e anni di omologazione della cultura occidentale abbaino portato ad una mera ed utilitaristica semplificazione che non rappresenta però la realtà delle cose?

–  Camilla Vivian, Mio Figlio in Rosa.

Se in qualcuno di noi la perdita di stabilità dovuta alla presa di coscienza che la realtà umana binaria maschio/femmina di fatto non esiste, può creare particolare confusione (se non paura), superato questo trauma, capirà quanto il comprendere e il convivere con la diversità generi non solo accettazione ed inclusione del diverso, ma anche l’effetto collaterale più potente (di cui ci parla la stessa Camilla), in grado di investire ognuno di noi: la libertà.

La libertà di non farsi troppi problemi se la maglietta non è stirata, se i capelli sono crespi, se le occhiaie oggi si vedono particolarmente… ma anche la libertà di indossare un capo convenzionalmente non adatto a noi o di fare scelte di vita discutibili senza avere sempre consigli non richiesti il cui unico scopo è innervosirci e farci stare male. Insomma, la libertà riconosciuta a tutti di essere ed esprimersi liberamente nel rispetto degli altri non farebbe altro che rendere tutti più sereni senza problemi oggettivamente inutili ai fini dell’esistenza umana.

Ma tornando a noi, per farvi capire cosa si intenda con Altro, vi accenno qualche macro-categoria identificata in psicologia, non tanto per incasellare le persone ulteriormente, quanto per creare una terminologia comune di facile comprensione in questo momento di affermazione sociale delle nuove identità:

  • possiamo avere una persona biologicamente di un genere che si identifica in tutto e per tutto con il genere opposto, rivendicandone comportamenti, abbigliamento, mode e modalità d’azione. Sono le persone transessuali;
  • possiamo avere una persona biologicamente di un genere che si identifica in quel genere, ma che non si sente a suo agio con il ruolo di genere affibbiatogli dalla società, preferendo usi e costumi tipici del ruolo di genere opposto. Sono le persone di genere non conforme;
  • possiamo avere una persona biologicamente di un genere che a livello identitario e di ruolo di genere si identifica in una fluttuazione tra il maschile ed il femminile, prediligendo in alcuni casi un genere piuttosto che un altro. Sono le persone gender fluid;
  • possiamo avere una persona biologicamente di un genere che a livello identitario e di ruolo di genere di sente un’equilibrata combinazione dei due generi maschile e femminile, vivendo un genere a sé in cui, senza troppi problemi mescola aspetti femminili e maschili. Sono le persone ibride;

L’orientamento sessuale rispetto ad identità di genere e ruolo di genere

A tutto questo e a tutte le altre declinazioni che possono assumere identità e ruolo di genere si aggiunge l’orientamento sessuale che, poiché il mondo è bello perché è vario, non va di pari passo con le altre due dimensioni. Dunque, ogni persona, qualsiasi siano l’identità o il ruolo di genere in cui si identifica, può provare attrazione sessuale per qualsiasi genere o generi esistenti: femminile, maschile o Altro.

Ci siete ancora? So che non è facile. Ma grazie se siete arrivati fin qui, soprattutto perché a questo punto, comprenderete la preziosità di un libro come Mio figlio in Rosa. Con semplicità e schiettezza, una mamma come tante seppur di un’intelligenza e una sensibilità fuori dal comune, riesce a raccontarci la storia della sua famiglia, di come spinta dall’amore per suo figlio nato biologicamente maschio ma inseparabile sin da piccolissimo da tutto ciò che è femminile, inizi a studiare e documentarsi per capire come sostenerlo nella sua crescita combattendo costantemente contro giudizi, pregiudizi, stereotipi, ignoranza e, ahimè, solitudine. A tutto ciò infine, si aggiunge la paura per la Disforia di genere.

Disforia di genere

Si tratta di una condizione clinica riconosciuta dal DSM 5 – Manuale internazionale diagnostico e statistico dei disturbi mentale, in cui l’avvertire discrepanza tra il proprio sesso biologico e la propria identità di genere causa un disagio clinicamente significativo sul piano psichiatrico in grado di compromettere la vita sociale e lavorativa dell’individuo.

È inutile dire che tale difficoltà psicologica di auto accettazione che, in alcuni casi particolarmente gravi, può indurre anche alla morte per suicidio, sia fortemente influenzata dal contesto sociale in cui l’individuo vive; ergo, come per qualsiasi altra condizione umana, chi non si sente accettato e amato per ciò che è, finisce con lo sviluppare dei disturbi psichici e fisici tali da condizionarne l’esistenza.

Per essere chiari: una persona transessuale non per forza soffre di Disforia di genere. Inizia a soffrirne quando la propria identità diventa una questione esistenziale problematica irrisolvibile se non con l’intervento medico (ed ecco che ritorna l’importanza del concetto prima detto di comprendere e convivere con la diversità insita in ognuno di noi per generare di riflesso libertà e serenità per tutti).

Mamma Camilla e suo figlio in rosa

Camilla ci racconta la vita di Fede (il nome è fittizio) fin dalla nascita. Di come fin dall’età di un anno e mezzo, senza alcun tentennamento e con estrema naturalezza, chiedesse di poter indossare abiti femminili, di essere identificato con personaggi femminili e di vivere una vita al femminile, seppur non chiedendo mai di cambiare nome né insistendo sull’uso di un linguaggio nei sui confronti puramente femminile.

Per Camilla, mamma separata con 3 figli tutti piccoli, è tutto un mistero: si domanda se non sia solo una fase di crescita, chiede aiuto ad amici, educatori e pediatri, ma nessuno sa darle chiare risposte.

Il tempo passa e Fede cresce. Camilla si preoccupa e decide di attivarsi da sé, di sfruttare la sua conoscenza dell’inglese e cercare risposte altrove. Così, tramite Internet, entra in contatto con famiglie all’estero simili alla sua ed entra nell’incredibile mondo Queer – termine internazionalmente usato oggi per identificare chi vive la sua vita, la propria identità, il proprio ruolo e la propria sessualità in modo non conforme agli standard.

Camilla studia, si informa, segue la crescita di tutti i suoi figli e decide di aprire un blog per raggiungere altre famiglie italiane come la sua perché almeno una cosa le è ben chiara: in Italia, se un po’ ci si sta aprendo alla diversità nell’orientamento sessuale, poco o nulla si sa di Identità di genere. Così nasce Mio figlio in rosa, Storia di una crescita anticonvenzionale e scrive l’omonimo libro.

Un anno dopo circa, scrive Lolly e i calzini coi cuori, una lettura per bambini in cui racconta cosa significhi per un bimbo vivere la propria identità di genere in modo atipico – libro che a breve sicuramente leggerò.

Per ogni altra pubblicazione sull’argomento, vi rimando direttamente al blog Mio figlio in rosa dove, nella sezione Letture, sono presenti tutte le letture adatte sul tema sia per bambini che per adulti.

A presto,

Giancarla.

 

2 pensieri su “Mio figlio in Rosa: l’affermazione dell’identità di genere nell’infanzia

  1. l’identità di genere è innata sia che corrisponda al sesso biologico sia che non corrisponda. Un bambino maschio ha diritto se vuole di giocare con le bambole e resta maschio, stesso discorso per la bambina. Si è uomini o donne a prescindere dal look e dai ruoli di genere. Si può essere uomo o donna in molti modi, ci sono modi più frequenti e meno frequenti ma tutti validi e genuini

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