Raccontare la guerra tramite Instagram: l’ebrea ungherese Eva e i giovani palestinesi

E se una ragazza durante l’Olocausto avesse avuto Instagram? Con questa domanda nasce il progetto eva.stories del magnate israeliano Mati Kochavi che, con l’aiuto di sua figlia adolescente e in occasione delle commemorazioni annuali della Shoah, ha avuto la brillante idea di creare un profilo Instagram ispirato ai diari della giovane Eva Heyman, una tredicenne ebrea ungherese che nel 1944, come la tristemente nota Anna Frank, tenne un diario segreto in cui, oltre a raccontare la quotidiana vita di un’adolescente come tante, arrivò a descrivere i terribili momenti della persecuzione nazista, culminati poi nella sua tragica morte all’interno del campo di sterminio di Auschwitz.

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L’account eva.stories, tramite storie Instagram estremamente veritiere, a partire dal 13 febbraio, racconta giorno dopo giorno cosa accadeva nelle stesse ore di 75 anni fa, alla giovane Eva, dai momenti piacevoli, alla vita nel ghetto, fino alla deportazione e alla morte, avvenuta grossomodo intorno al mese di giugno – periodo in cui le Ig stories dovrebbero volgere al termine.

Dietro il progetto, la voglia di Kochavi di raggiungere e coinvolgere soprattutto i giovanissimi, sempre più immersi nel mondo virtuale allontanandosi spesso dal reale. Tramite le Eva.stories, inizialmente l’utente ha la sensazione di seguire un qualsiasi profilo adolescenziale, con tanto di boomerang e cuoricini, battute e balletti tra amiche, fino a quando, da questa quotidiana ordinarietà non si passa ad un escalation paralizzante di violenza: Eva è semplicemente in posa per una foto e un uomo, come nulla fosse, le passa di fronte e l’insulta vedendo la stella gialla sulla giacca o ancora, un normale gelato preso sempre al parco giocando e scherzando con gli amici che improvvisamente diventa proibito. Ripeto, tutto appare estremamente veritiero.

59337331_10219828651171811_3497727499352145920_n-1-e1557009767374.jpgPer questo motivo, dopo aver visionato il profilo scoperto tramite un servizio televisivo, ho scelto di dare ulteriore risonanza all’iniziativa tramite le mie Ig stories. Sono arrivati commenti più o meno interessati e incuriositi, ma non solo. Mi è giunta anche una domanda chiaramente provocatoria: “e se ad avere Instagram fosse una ragazzina palestinese?” “Sarebbe stata un’altra bellissima iniziativa, così come lo sarebbe stata anche se si fosse riferito ad una ragazza siriana ecc. La guerra è sempre la guerra, soprattutto per i più giovani”, è stata la mia risposta.

A scrivermi un ragazzo palestinese che avendo vivo il pensiero del contrasto israelo-palestinese che anche in questi giorni sta scrivendo nuove righe della propria storia, voleva capire cosa si celasse dietro la mia ricondivisione delle Eva.stories.

inked59295010_10219828651331815_4723523225898713088_n_li-e1557012962538.jpgSono sincera, non sono ben informata sulla questione israelo-palestinese, l’ho studiata all’Università, ho visto qualche documentario e apprendo notizie dai Tg, ma trattandosi di un tema caldissimo e in constante aggiornamento, non mi sarei mai imbarcata su Instagram in una conversazione su tematiche di geopolitica di cui oggettivamente so poco, per giunta con una persona di cui so ancora meno. Consapevole della mia ignoranza, ho preferito semplicemente mettermi in ascolto.

Nonostante la domanda provocatoria iniziale, comprendendo la mia buona fede, questo ragazzo mi ha raccontato un po’ di lui, dei sui genitori e delle difficoltà che hanno avuto loro come famiglia nel vivere da rifugiati dopo la nascita dello Stato di Israele.

Ho sinceramente apprezzato il suo aver abbassato la guardia ed essersi aperto nei miei confronti, ho cercato di fargli capire che, come diceva qualcuno di più importante di me, so di non sapere e che per questo mi pongo in ascolto e tento di vedere le cose con più lucidità possibile.

59229941_10219828652091834_1888806168717950976_n-1-e1557013075834.jpgAbbiamo parlato di come le sofferenze e gli errori debbano aiutare gli uomini a migliorarsi, del resto commemoriamo i disastri, i genocidi e le tragedie, ma a che pro se non perché non accadano più e rimangano vivi nella memoria? Abbiamo il dovere di essere sinceri con noi stessi, prendere consapevolezza dei nostri errori, imparare e chiedere sinceramente scusa: solo così forse un giorno ci sarà la vera pace.

La conversazione si è risolta nel migliore dei modi, con lui che ha compreso che se si vuole che gli altri contemplino diversi punti di vista, occorre che questi punti di vista vengano esposti, dunque se si vuole che si comprenda anche il lato umano della posizione palestinese nei confronti di Israele, occorre che siano per primi i palestinesi a parlarne. Mi ha detto che avrebbe voluto raccontare dei sacrifici dei suoi genitori, di come avessero perso tutto e fossero fuggiti in Giordania, luogo dove hanno ricostruito le loro vite fino alla fine, e che avrebbe voluto farlo magari proprio tramite i social.

Inked59491503_10219828652051833_4173682440377729024_n_LIOra, ormai sapete come la penso, ossia i social e internet sono degli strumenti incredibili e inarrestabili che, se usati consapevolmente, possono dare molto in termini di benessere personale, così come il Blog sta dando molto a me emotivamente, perciò Si, gli ho risposto che sono assolutamente d’accordo con lui, e che se si sente di raccontare della sua famiglia deve farlo, soprattutto se può aiutare a metabolizzare le difficoltà e dare giustizia ai sacrifici immensi fatti.

Dunque, per correttezza, nel rispetto di ciò ci siamo detti e nel rispetto della mia persona e dei valori in cui credo, gli ho detto se voleva, iniziavo io a dargli voce, che dopo le storie doverose sugli ultimi mesi di vita di Eva Heyman, avrei raccontato anche di lui perché la guerra è sempre la guerra, soprattutto per i giovanissimi, e per imparare davvero dal nostro passato, in quanto Esseri umani dobbiamo conoscere tutto, soprattutto della parte più oscura di noi.

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Così ho fatto, raccontando nelle mie Ig stories e dando vita a questo articolo.

A presto,

Giancarla.

 

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