Protesta del Latte: quando l’economia intacca l’Identità di una Terra antica

Buongiorno ragazzi, come intuíto dal titolo, oggi vorrei parlarvi del fenomeno del pastorialismo in Sardegna. O meglio, vorrei parlarvi di come la pastorizia e l’allevamento siano vissuti dai sardi come uno stile di vita, una cultura, un modo speciale di rapportarsi con il territorio, partendo dalle origini millenarie fino ad arrivare ai giorni nostri, tentando di spiegarvi come, purtroppo si sia giunti alla dura protesta vissuta nel febbraio 2019.

Per iniziare e farvi capire da subito cosa si intende per pastorialismo sardo, vi racconto un aneddoto che mi riguarda. Nell’estate 2013 ero in macchina con alcuni zii di ritorno dal mare quando, guardandomi intorno, circondata da pascoli e campagne, vedo inaspettatamente degli animali in libertà trattenuti solo da uno steccato. Vedendoli così belli e paciosi, ho subito manifestato la mia gioia, al ché, mio zio, percependo il mio entusiasmo, mi ha prontamente risposto:”Fermiamoci e andiamo a vederli!” Io, un po’ più “cittadina”, mi sono leggermente irrigidita, dicendogli che non era il caso, che magari il padrone si infastidiva. Lo zio, incurante delle mie rimostranze, molto serenamente, ha accostato e ci ha fatti scendere.

L’immagine che mi sono travata di fronte è esattamente quella descritta nella foto di seguito: animali tranquilli, liberi e in relax che semplicemente si facevano la loro vita in un ampio spazio di campagna, vicino alla stalla aperta, con di fianco il padrone che svolgeva il suo lavoro.

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Questo è il pastorialismo in Sardegna: aziende familiari sicuramente non vegane né vegetariane che comprendono quanto siano loro a vivere grazie agli animali e non viceversa. Qui non si parla di allevamenti intensivi né di tutti gli svarioni capitalistici che può aver avuto nei decenni l’allevamento, qui si parla di famiglie che vivono lavorando onestamente vivendo giorno e notte per gli animali e che, quando questi ultimi vengono macellati, vengono valorizzati in ogni modo (chi conosce la cucina sarda sa bene che nulla è mai buttato o considerato di poco valore, anzi).

Venendo a noi, mi pare corretto fare un piccolo excursus storico per capire le origini e l’importanza del fenomeno di cui parliamo.
La pastorizia è da sempre stato il principale sostentamento del popolo sardo. Perché? Perché la terra sarda è sempre stata poco popolata e quei pochi che l’abitavano, preferivano raggrupparsi in piccole comunità, spesso isolate, lontanissime da altri insediamenti e distanti dal mare, dai litorali e dalle pianure, dove era consuetudine esserci scorrerie e incursioni: per auto-tutelarsi, i Sardi dell’anno Mille si isolarono nell’entroterra, in Barbagia per la precisione, ed essendo questo un territorio prevalentemente montuoso non dedito all’agricoltura, impararono a sostentarsi prevalentemente con la pastorizia.

Nei secoli a seguire, gli antichi Sardi si avvicinarono alla costa apprendendo i segreti dell’agricoltura ed integrandoli con la pastorizia, ormai padroneggiata con grande maestria e intrisa di significato e tradizione.
Fu così che nacque il sistema agro-pastorale tradizionale sardo.

Tale sistema sopravvisse fino alla fine degli anni ’50/‘70 del Novecento, quando al suo interno si delineò un profondo cambiamento strutturale: si ebbe una crisi dell’agricoltura a seguito della concorrenza dei prodotti agricoli importanti dall’esterno dell’isola e della modernizzazione del mondo agricolo. Questo portò rapidamente all’abbandono delle campagne inducendo i pastori ad ampliare i propri greggi e i contadini disoccupati a tornare alla pastorizia.
Il risultato di questi mutamenti fu la trasformazione dell’economia agro-pastorale in pastorale estensiva.

Di questi anni fu anche l’esplosione dell’industria di trasformazione lattiero-casearia, insediatasi nell’isola già nella seconda metà dell’ottocento e radicatasi definitivamente proprio durante gli anni’70.
L’introduzione della lavorazione industriale rivoluzionò la filiera produttiva e il processo di commercializzazione del formaggio. Cambiarono il tipo di produzione e i mercati di destinazione. La principale produzione divenne il pecorino romano, un formaggio a pasta dura, di grande pezzatura (circa 20 kg) e ricco di sale marino, tanto richiesto dal resto d’Italia e all’estero.

È con l’avvento dell’industria casearia, che i pastori smisero di trasformare il latte autonomamente e divennero conferitori di latte agli industriali.

Dalla metà degli anni ’90, tuttavia, il settore lattiero-caseario è stato colpito da una persistente crisi, determinata anche da una tendenza ad un costante decremento del prezzo del latte, laddove i costi di produzione sono aumentati. Dal 2000 ha inizio una lenta parabola discendente, con il pecorino romano che perde quote di mercato sia per la competizione con prodotti analoghi provenienti da altri paesi europei (Francia, Spagna, Grecia e Romania), sia per la sua sostituzione con un prodotto in parte realizzato con latte vaccino dalle imprese locali. Al tutto, inoltre, si somma pesantemente la crisi economica del 2008.

Sotto la guida del Movimento dei Pastori Sardi, è di questi anni l’insorgere di una forma di lotta da parte dei pastori, anche radicale, tesa a rivendicare una maggiore retribuzione del prezzo del latte.

Con la costante oscillazione del prezzo del latte di fatto, si è assistito al ridimensionamento del numero di imprese di allevamento e alla modifica delle strategie produttive delle aziende di trasformazione in termini di diversificazione produttiva e di qualità. Ne è derivata una certa ripresa del mercato del pecorino romano (e di conseguenza un aumento del prezzo del latte), stimolato dalle minori quantità circolanti.

Questo fino ad arrivare al febbraio 2019, quando le aziende sopravvissute fino ai giorni nostri si sono viste crollare nuovamente il prezzo del latte tra i 0,55€ e i 0,60€ per litro, a fronte di una spesa di produzione di circa 0.65€, facendo montare la famosa protesta del latte.

Tutto è iniziato all’improvviso, quando, mercoledì 06.02, presi dalla rabbia, alcuni uomini a volto coperto (forse pastori) hanno bloccato un camion carico di latte di una nota azienda casearia sarda, hanno fatto scendere il conducente e hanno versato tutto il contenuto del camion (migliaia di litri di latte) nelle campagne di Villacidro (Sud Sardegna), filmando il gesto e iniziando a far girare il video su Whattsapp.

Da questo momento, grazie anche alla diffusione del video e allo sconcerto montato nell’opinione pubblica a seguito dell’immagine cruda del latte versato, i media nazionali iniziano a seguire la questione.

In Sardegna ha così avvio una settimana nera o meglio bianca, anche se il bianco non è quello della neve: interi paesi si bloccano, i pastori incrociano le braccia limitandosi a mungere gli animali, non vendendo più il latte alle aziende casearie e scegliendo di ritrovarsi in vari luoghi d’interesse, piazze e strade principali, per bloccare il passaggio e versare ancora litri e litri di latte.

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Un’immagine simbolo della protesta del latte [Foto: Web].
Ma perché protestano?

Si è molto parlato del prezzo del latte per litro minore rispetto ai costi di produzione, e questo è corretto. Tuttavia si tratta solo della punta di un iceberg le cui origini si ritrovano, come abbiamo detto, già negli anni’70, quando molti pastori hanno deciso di non trasformare da soli il loro latte e di vederlo alle aziende più potenti e strutturate. Nel 2019, involontariamente asserviti alle aziende casearie, i pastori si sono trovati attanagliati da una marea di vincoli giuridici e di appelli inascoltati che di fatto li hanno implicitamente portati ad un punto di non ritorno: accettare e subire o fermarsi e combattere.

Cosa chiedono?

Le principali richieste sono:

  1. un prezzo minimo per il latte, pari a circa 0,70 € al litro, da aggiornare a seconda dei livelli di produzione e andamento del mercato;
  2.  aumento dei controlli sui caseifici per impedire loro di bypassare le quote sulla produzione;
  3. maggiori tutele per il loro ruolo di produttori di latte nonché punto di partenza di tutta la filiera.

Perché buttano il latte, non è uno spreco? Si poteva protestare diversamente?

Certo che è uno spreco. Ma ragazzi, diciamoci la verità senza retorica: chi mai avrebbe dato ascolto alla voce dei pastori del profondo Sulcis o dell’Ogliastra se si fossero limitati a fare cortei, striscioni o a regalare il latte? Dai, siamo seri! Non sono stati ascoltati per 20 anni con i metodi “tradizionali” e mi volete far credere che li avrebbero ascoltati ora? Non prendiamoci in giro.

Ricordo a tutti, inoltre, che il latte in questione è latte di pecora e capra, un latte dal sapore fortissimo e di difficile digestione, destinato alla produzione di formaggi e derivati del latte, non è da bere la mattina mischiato con il caffè! In più, c’è il discorso pastorizzazione: il latte, appena munto, è venduto al mattino presto alle aziende casearie, che ogni giorno lo ritirano all’alba con le autocisterne. Una volta in azienda viene pastorizzato e lavorato e no, non semplicemente bollito come ho letto in giro: questo si può fare se si ha una capretta in casa e, male che va, se si sbaglia qualcosa, ci viene un po’ di mal di pancia, ma nel momento in cui in qualità di pastore, si decide di regalare del latte di pecora non pastorizzato o di trasformarlo alla buona, ci se ne assume ogni responsabilità.

Infine, essendo sceso il prezzo del latte a causa di una sovrapproduzione industriale di prodotti caseari e non essendo ancora previsto un reale piano di recupero dei prodotti invenduti, di fatto i formaggi invenduti vanno buttati. L’opinione pubblica questo non lo sa, mentre i pastori, trattandosi del loro lavoro quotidiano, si, ergo: perché lavorare senza guadagno per vedere i propri prodotti buttati senza che nessuno se ne interessi? Bene, se il mio lavoro deve essere sottopagato e mandato al macero, a questo punto per protesta non lavoro più e il latte lo butto io, prima che lo facciate voi. Ed è così che si è giunti al gesto di versare il proprio latte.

Perché invece di vedere il latte alle aziende non producono formaggi e ricotte da soli?

Trasformare il latte e metterlo sul mercato al punto da poter avviare un’azienda casearia individuale, non è roba da poco. Non si tratta di produrre una ricottina da mangiare in famiglia con il pane o di produrre qualche forma in più da dare ad amici fidati.
Ad oggi trasformare il latte per mestiere (e per profitto), prevede creare un laboratorio non distante dalla stalla, ottenere autorizzazioni sanitarie e legali, acquistare costosi macchinari dedicati e probabilmente assumere degli aiutanti. E’ una spesa consistente, è un’ampliamento e una rivoluzione di tutta la propria realtà lavorativa, significa mettere in piedi e gestire un’attività nuova da zero, che, in una terra come quella sarda, caratterizzata da piccole realtà familiari in un contesto economico in crisi, non è facile, anzi è difficilissimo! Trasformare il latte da soli, al punto di poter competere con le più importanti industrie casearie, significa dover produrre un prodotto unico, di altissima qualità, con una serie di spese che un piccolo pastore e la sua famiglia non è detto che riescano a sostenere. Non di certo se nel frattempo con l’oscillazione del prezzo del latte degli ultimi anni già è tanto se si è riusciti a mantenere in piedi la stalla e gli animali.

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Il Cagliari giocando a San Siro manifesta la sua solidarietà con i pastori sardi che, fino a poco prima della partenza della squadra, avevano chiesto a gran voce di essere aiutati a dare risalto mediatico alla loro battaglia. Milano, 10.02.2019 [Foto: YouTG.NET]

La prima settimana di protesta a mio avviso è stata la più dura, culminata il 13.02 nel mercoledì bianco della Sardegna, in occasione dell’arrivo del Ministro delle politiche agricole  a Cagliari per avviare in Regione le trattative tra pastori e industrie.
In questa occasione è stata rilasciata anche una splendida intervista da parte dei ragazzi-pastori, ragazzi che fin da giovanissimi, appassionati da questo mondo uniscono allo studio, il lavoro con gli animali.
In questo giorno, in attesa di risposte, tutta la Sardegna ha incrociato le braccia in segno di solidarietà nei confronti dei loro nonni, padri, zii, fratelli e amici pastori perché, come vi dicevo, i pastori sono il cuore e l’identità stessa dei sardi, ancora oggi.

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La bellissima attrice sarda Caterina Murino manifesta il suo sostegno alla protesta pubblicando il 14.02 questa foto sul suo profilo Instagram @caterina_murino_official. Come lei molti attori e personaggi noti suoi conterranei e non solo.

Terminate le trattative con un nulla di fatto, queste sono proseguite nei giorni seguenti, con una nuova seduta al Viminale il 16.02 e poi il 21.02, ancora senza alcun esito, temendo che i pastori potessero bloccare le imminenti elezioni regionali previste per il 24.02. Così non è stato, nonostante l’assenza di una soluzione per la questione del latte. le elezioni si sono svolte regolarmente.

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Una delegazione di donne sarde in visita in Senato incontra la presidente Casellati, il 04.03.2019 [Foto: ANSA.it]
Dopo un mese esatto dall’inizio della protesta, il 07.03, si trova finalmente un accordo, stabilendo che:

  1. ai pastori verranno pagati 0,72€ al litro per febbraio e 0,74€ da marzo sino a fine campagna. A novembre 2019, quando sarà il momento del saldo su tutto il latte prodotto e portato ai caseifici industriali e alle cooperative, il prezzo del conguaglio da corrispondere agli allevatori sarà calcolato in base al prezzo del pecorino romano sul listino della Camera di commercio di Milano. I due prodotti, in questo modo, dovrebbero andare di pari passo. La griglia prevede: 0,72€ al litro per un prezzo del formaggio di 6€ al kg; 0,76€ al litro per il pecorino a 6,50€ al kg; 0,83€ al litro con il formaggio a 7€; 0,90€ al litro per il pecorino a 7,50€; 0,96€ al litro con il formaggio a 8€; 1,02€ con il pecorino a 8,50€ al kg.
  2. ci sarà un’attribuzione delle quote di produzione direttamente al pastore che, dunque, potrà decidere di cambiare liberamente conferitore e trasferire con sé la quota di latte a lui attribuita nel caseificio di riferimento che sceglierà. L’intesa raggiunta a Sassari, come spiega Battista Cualbu, presidente di Coldiretti Sardegna, prevede, inoltre, “una revisione delle penali sugli sforamenti delle quote di produzione del pecorino da parte delle aziende casearie”;
  3. ci saranno risorse destinate al ritiro del formaggio invenduto col bando indigenti, cui il decreto Agricoltura, approvato ieri dal Cdm, ha destinato 14 milioni di euro che verranno rigorosamente destinate alle sole aziende di produzione del pecorino Dop e non a quelle di commercializzazione;
  4. ci sono 5 milioni di euro per l’abbattimento degli interessi sui mutui agrari.

Ad oggi, 15.03.2019, sembra si sia conclusa la famosa protesta del latte dei pastori sardi e proprio in questa giornata inizierà il primo tavolo di trattativa per una nuova filiera dell’ovicaprino. Non tutti sono contenti, qualche atto più intimidatorio che di protesta va ancora avanti ed io, unendo in me due anime, una sarda e una continentale, so quanto sia dura per chi sardo non è comprendere determinate dinamiche; nel mio piccolo, in queste settimane di proteste, ho cercato di dare un contributo, di provare a far da ponte tra il quotidiano sardo e quello del resto d’Italia.

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L’attore Zac Efron, in Sardegna nell’ottobre 2018, pubblica un video sul suo account Twitter @ZacEfron entusiasta di aver incontrato un gregge per strada.

Per i sardi alcune situazioni come il trovare il gregge per strada la mattina o il comprare la carne direttamente dal pastore sono all’ordine del giorno, sono la normalità, mio zio morirebbe senza il suo pastore di fiducia, le sue arselle sulla strada per Sant’Antioco o il suo orto da curare ogni giorno, di rimando so per certo che per chi vive in altre realtà, più metropolitane, tutto questo è inimmaginabile, lontano anni luce così come è impensabile per i miei cari alzarsi la mattina e dover andare a lavorare in treno o ritrovarsi circondati da migliaia di persone in una metro, per non parlare dell’assenza del camino o del giardino! 😀 Perciò ecco, il mio intendo sia su Instagram che con questo articolo è stato quello di farvi capire quanto ciò che per molti è assurdo come la pastorizia nel 2019, in Sardegna è uno stile di vita, un modo di continuare a vivere secondo i ritmi della natura, così come lo è vivere in simbiosi con il mare, sognare un gommone a 18 anni e l’arrampicarsi sugli scogli. Questa è la Sardegna ben descritta da Grazia Deledda nella poesia Noi siamo Sardi che a me mette i brividi ogni volta perché mi rappresenta incredibilmente ed inspiegabilmente:

Noi siamo spagnoli, africani, fenici, cartaginesi,
romani, arabi, pisani, bizantini, piemontesi.

Siamo le ginestre d’oro giallo che spiovono
sui sentieri rocciosi come grandi lampade accese.

Siamo la solitudine selvaggia, il silenzio immenso e profondo,
lo splendore del cielo, il bianco fiore del cisto.

Siamo il regno ininterrotto del lentisco,
delle onde che ruscellano i graniti antichi,
della rosa canina,
del vento, dell’immensità del mare.

Siamo una terra antica di lunghi silenzi,
di orizzonti ampi e puri, di piante fosche,
di montagne bruciate dal sole e dalla vendetta.

Noi siamo sardi.

La Sardegna è questa. Non è il Billionaire, non è Briatore né la Costa Smeralda, quella è la Sardegna dei turisti. La Sardegna vera o la ami profondamente o la odi profondamente, è la terra del non detto, della parola data e della comunicazione per sguardi e silenzi, fatta di persone dirette, semplici e dure, con le mani spaccate e le fronti bruciate dal sole che se tengono a qualcosa o a qualcuno, la difendono fino alla morte, costi quel che costi, compreso il dover buttare il lavoro di una vita per far valere un ideale.

A conclusione di questo lunghissimo articolo, molto impegnativo per me a seguito di tutte le notizie che ho dovuto reperire, vi invito a visionare l’intervista fatta da Videolina, rete televisiva sarda, a Sandro Floris, un pastore e allevatore di Iglesias che a dispetto di tutto quello raccontato fin qui, 10 anni fa, stanco di subire i soprusi legati al prezzo del latte, con grande impegno, studio e passione, è riuscito ad aprire la sua piccola azienda casearia, riunendo sotto di sé tutta la filiera, pascolando e mungendo le pecore la mattina per poi cambiarsi e produrre da sé formaggi e ricotte la sera. Prodotti talmente particolari ed unici, da non avere nulla a che vedere con i prodotti in serie delle industrie. Davvero tanti complimenti!

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L’attore George Clooney paparazzato la scorsa estate mentre fa acquisti direttamente da un pastore nel nord Sardegna [Foto: Daily Mail]

Augurandomi che presto qualcosa possa cambiare per quest’Isola bellissima e augurandovi di venire presto in Sardegna a comprare prodotti direttamente dai pastori come fa George Clooney, per un’ultima volta ribadisco: #iostoconipastorisardi .

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Il logo della protesta.

A presto,

Giancarla.

 

Bibliografia

• Angioni G. (1989), I pascoli erranti, Liguori, Napoli.
• Angius V. (1853), Geografia, storia e statistica dell’Isola di Sardegna, in G. Casalis, Dizionario geografico-storico-statistico-commerciale degli Stati di S.M. il Re di Sardegna, Torino, Maspero e Marzorati.
• Idda L., Furesi R., Pulina P., (2010), L’economia dell’allevamento ovino da latte, Milano, FrancoAngeli.
• Le Lannou M. (1979), Pastori e contadini di Sardegna, Edizioni della Torre, Cagliari
• Mattone A., Simbula P.F. (a cura di), La pastorizia mediterranea. Storia e diritto (secoli XI-XX), Carocci, Roma.
• Meloni B. (1984), Famiglie di pastori, Rosemberg & Sellier, Torino.
• Meloni B., Farinella D. (2013) (a cura di) Sviluppo mentale alla prova, Torino, Rosenberg & Sellier
• Meloni B., Farinella D. (2015), Pastoralismo e filiera lattiero-casearia, tra continuità e innovazione: un’analisi di caso, in «Meridiana», n.84.
• Meloni B., Podda A., (2013), Percezione e rappresentazione dei rischi da incendio boschivo. Valutazione delle pratiche locali sostenibili di prevenzione in un contesto mediterraneo, in «Culture della sostenibilità», n.13, pp.251-265
• Mientjes A.C. (2008), Paesaggi pastorali: studio etnoarcheologico sul pastoralismo in Sardegna, Cuec, Cagliari
• Ortu G.G. (1981), L’Economia pastorale nella Sardegna moderna., Cagliari, Edizioni la Torre
• Pitzalis M., Zerilli F.M. (2013), Pastore sardu non t’arrendas como! Il Movimento pastori sardi: alterità, resistenza, complicità, in «Rassegna Italiana di Sociologia», n.3, pp-379-400
• Rubino R. (2015), Il valore materiale ed immateriale dei sistemi pastorali, saggio in corso di pubblicazione per Illisso, Nuoro.

Sitografia:

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