La Casa di Carta – parti 1 e 2

Trama: Un insospettabile quarantenne assolda 8 criminali senza nulla da perdere, per coinvolgerli nella più grande rapina della storia: l’assalto alla Zecca di Stato di Spagna. Il tutto dovrà basarsi su un gioco psicologico con la polizia volto a guadagnare tempo utile a stampare più soldi possibili, evitando coinvolgimenti personali e spargimenti di sangue. L’obiettivo è apparire agli occhi del mondo come dei novelli Robin Hood, ma ovviamente non tutto andrà come previsto.

Anno: 2018   Paese: Spagna   Titolo originale: La Casa de Papel   Episodi: 22   Durata: 40/50min   Genere: Thriller   Voto: 5/5 e lode

 

Come promesso nel post su Élite, ho continuato a praticare lo spagnolo tramite La Casa di Carta e… boom!!!! Ragazzi, pazzesca! Mi è piaciuta da impazzire, mi ha tenuto con il fiato sospeso, mi ha emozionata e coinvolta. Una delle migliori serie che abbia visto su Netflix, una di quelle che “se avessi seguito prima i consigli altrui!” Stupenda e, a mio avviso, perfetta. Ma andiamo più nel dettaglio.

Come anticipato già da tanti, La Casa di Carta ha alcuni attori comparsi poi in Élite. Nello specifico sono presenti Jaime Lorente (Denver-Nano), Miguel Harrán (Rio-Christian) e María Pedraza (Alison Parker-Marina), che continuando a distinguersi per la loro bravura insieme a tutti gli altri attori presenti nella serie.

Trama e sceneggiatura appaiono decisamente impeccabili grazie alla necessità di portare avanti un braccio di ferro psicologico con la polizia e alla stessa natura solitaria e meticolosa del capo banda (noto come il Professore), che hanno richiesto nei dialoghi e in tutta la narrazione una cura dei dettagli minuziosa.
Incuriosisce la scelta logica del Professore di dare ad ogni rapinatore un nome in codice, optando per i nomi di diverse città che in qualche modo li potessero rappresentare. Ed ecco che i due cugini dell’Est Europa diventano Oslo e Helsinki; la vispa ragazza bruna diventa Nairobi; la combinaguai cyberpunk diventa Tokyo; il confusionario hacker è Rio; il freddo calcolatore è Berlino; e i criminali consumati padre e figlio diventano rispettivamente Mosca e Denver. La riservatezza sulle identità dei personaggi, chiaramente, appare vincente nei confronti del pubblico poiché rimane da subito affascinato dallo scoprire chi essi siano e come mai abbiano deciso di optare per una missione potenzialmente suicida. Il racconto, di conseguenza, si sviluppa su due diversi piani temporali: il presente dell’attacco alla Zecca, dove le vite dei rapinatori si intrecceranno con quelle degli ostaggi; ed il passato dei 5 mesi di preparazione dell’attacco che hanno costretto i rapinatori a convivere in un casolare di campagna abbandonato, finendo con lo stringere legami interpersonali molto forti. A tutto questo, si aggiunge un ulteriore piano del racconto, riferito invece a ciò che accade al di fuori della Zecca, dove si installa un presidio permanente della polizia e si sviluppa la vita del Professore che, dall’esterno della Banca, muove in modo macchiavellico i fili delle trattative.

Insomma, si capisce che ne La Casa di Carta, in 22 episodi Netflix, di legna al fuoco da ardere ce n’è tanta, che in un modo o in un altro non si può non essere catturati dagli avvenimenti e che, ebbene si, non ci si può non affezionare ai personaggi e sperare con tutto il cuore che la rapina vada a buon fine, che non siano scoperti e che possano scappare.

Si è capito quindi che la sceneggiatura è più che esaustiva, ma è anche da sottolineare come i dialoghi diano giustizia al talento degli attori prevedendo profondità e pathos misti a momenti di comicità e leggerezza. Nulla da dire su scenografia e fotografia, ottime anche le musiche e, sembrerà strano, ma vincente è anche la scelta dei doppiatori italiani che, pur avendo visto io la versione madrelingua, beccando qualche spezzone col doppiaggio italiano, mi è sembrato più che realistico.
Sarò apparsa noiosa descrivendo tutto come eccezionale, ma veramente La casa di Carta è una delle serie più belle e complete che abbia visto negli ultimi tempi. In più, come già detto anche per The Rain, sono strafelice di vedere produzioni di qualità non sempre e solo Made in USA.
Vi dirò, l’unico difetto di questa serie credo si possa ritrovare nella scelta di prevedere subito una seconda stagione, dal mio punto di vista totalmente inutile, non essendo neanche necessaria sul piano narrativo in quanto il finale è già completo e plausibile di per sé. Mi domando seriamente come si potranno mantenere gli standard di coerenza e precisione delle prima stagione, ma ancora di più come continuare un racconto già puntuale ed esaustivo. Antena 3 e Netflix hanno tutto nelle loro mani, speriamo non buttino alle ortiche un prodotto unico e stupendo,

Giancarla.

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