Giovanni Falcone e Paolo Borsellino. Sarà la Lotta di ciascuno di Noi.

La “scatoletta” che vedete nell’immagine d’intestazione contiene i resti dell’auto in cui il 23 maggio 1992, viaggiava nei pressi di Capaci, la scorta di Giovanni Falcone, anche lui ucciso con la moglie lo stesso giorno e destinatario primario dell’attentato di Mafia.

Dal 12.05.2018 al 14.05.2018, in virtù del 23° Premio nazionale Paolo Borsellino che quest’anno ha fatto tappa in Abruzzo, la teca è stata esposta a Pescara. In p.zza Sacro Cuore, costantemente presieduta da una volante della polizia, ha ricevuto l’omaggio di chiunque le passasse accanto. In un ritaglio di tempo, sabato 12, anche io e il mio ragazzo abbiamo avuto l’onore di osservarla da vicino.

Sono sincera, sono andata a in p.zza Sacro Cuore soprattutto perché sapevo che al mio ragazzo avrebbe fatto piacere, fosse stato per me, sarei andata volentieri direttamente al festival musicale che si sarebbe svolto a breve da tutt’altra parte.

E avrei sbagliato totalmente.

Mentre ci dirigevamo alla teca, io e il mio ragazzo stavamo discutendo tra noi per futili motivi, eppure, appena avvicinatici, ci è venuto spontaneo zittirci e contemplarla silenziosamente. E mentre io mettevo a fuoco ogni dettaglio, il manubrio contorto, il cruscotto quasi intatto così come una ruota, la tappezzeria anni ‘90 di dubbio gusto tutta sbrindellata o i contatti della batteria, ho avuto l’impressione che fosse tutto Vero. E’ ovvio che sia tutto vero, ma quando lo tocchi con mano, quando realizzi che su quei sedili c’erano delle persone (e che persone!), non puoi che scioglierti in un religioso silenzio. Comprendi profondamente che Qualcuno ha dato Veramente la propria Vita per ognuno di noi, pur non essendo il Figlio di Dio, pur sapendo di non avere alcuna possibilità di salvezza e pur scegliendo, nonostante tutto, la via della Legalità.

Guardi, io ricordo ciò che mi disse Ninni Cassarà allorché ci stavamo recando assieme sul luogo dove era stato ucciso il dottor Montana alla fine del luglio del 1985, credo. Mi disse: “Convinciamoci che siamo dei cadaveri che camminano”.
(Paolo Borsellino, a Lamberto Sposini il 24 giugno 1992)

Prima di scrivere questo articolo, mi sono voluta un po’ documentare sulle reazioni di chi apprendeva la notizia della teca in pubblica piazza e, sebbene la maggior parte delle persone manifestasse cordoglio e ammirazione nei confronti delle vittime della lotta alle Mafie, qualcuno ha contestato che questa esposizione così nuda e cruda potesse essere una mancanza di rispetto nei riguardi dei caduti. Sinceramente, io penso che quest’ultima visione sia erronea.

Quando accade un evento doloroso, dopo una prima e protettiva fase di shock, se non adeguatamente affrontato, l’evento può trasformarsi in un trauma. La trasformazione di un evento doloroso in trauma psicologico è il meccanismo per cui spesso le vittime diventano carnefici, tramutandosi a loro volta nella fonte del dolore altrui e facendo suscitare negli esterni la domanda: “ma ciò che ha passato non gli ha insegnato nulla?” No, non gli ha insegnato nulla poiché quel dolore non lo ha mai metabolizzato e l’unica cosa che chi vive il trauma cerca di fare costantemente è esorcizzare l’evento vissuto, tentando di dimostrare continuamente a sé stessi di essere più forti e in grado di ribaltare la situazione in qualsiasi momento. Nel caso invece di chi apprende dal proprio dolore, si ha un percorso differente, spesso accompagnato da degli esperti, in cui si analizza ogni elemento dell’evento doloroso tentando di comprenderne l’origine e di capire in quale istante è scattato il meccanismo che ci ha fatto male, fino ad affrontarlo in ogni sua sfaccettatura. Una volta compresa la radice della nostro dolore, l’evento traumatico si può metabolizzarlo volgendo gli apprendimenti che da esso sono scaturiti, in bene. Ecco, tutto questo sproloquio per farvi capire che la carcassa della scorta di Falcone funge per noi da catalizzatore, ci permette di capire, di toccare con mano eventi tragici come gli attentati mafiosi, ci spiega cosa accadde in quei giorni così bui per l’Italia, ci aiuta a mantenere le mente vigile e lucida quando qualcuno ci parla di mafia, quando qualcuno ci vuole tentare verso l’illegalità. Ci educa e ci migliora in qualità di cittadini.

E’ esattamente lo stesso meccanismo alla base delle visite in luoghi come i campi di sterminio: magari qualcuno rimarrà shoccato, ma se cercherà di comprendere ciò che è accaduto in quegli anni, i meccanismi psicologici e sociali che hanno spinto vittime e aguzzini, apprenderà una lezione di vita che trasmetterà a chiunque la racconterà e che favorirà che quelle cose, quelle situazioni non si ricreino mai più. E poi, diciamoci la verità, senza voler trovare chissà quali spiegazioni psicologiche, queste cose sono successe e spesso accadono ancora, nascondere la testa sotto la sabbia non serve a risolverle. E’ bene invece essere consapevoli e preparati, così da educare al meglio le prossime generazioni affinché davvero, si spera, certe morti non siano avvenute in vano,

Giancarla.

Quarto Savona 15

Caro Paolo, la lotta che hai sostenuto dovrà diventare e diventerà la lotta di ciascuno di noi.
(Antonino Caponetto ai funerali privati di Paolo Borsellino)

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