Viviamo in un mondo che si definisce globale, connesso, aperto eppure, mai come oggi, Europa e Nord America sembrano faticare a comprendere davvero il mondo di cui parlano.
L’Occidente ama raccontarsi come portatore di valori universali: diritti umani, democrazia, libertà, razionalità. Ma sotto questa narrazione rassicurante persiste una struttura profonda: l’etnocentrismo culturale, ovvero la tendenza a considerare il proprio modo di vivere, pensare e conoscere come misura implicita di tutti gli altri.
Il paradosso è evidente: si proclama l’universalismo, ma si pratica l’ignoranza del mondo.
Cos’è l’etnocentrismo (e perché ci riguarda ancora)
Il termine etnocentrismo viene introdotto dal sociologo William Graham Sumner per descrivere una tendenza universale: ogni gruppo umano tende a considerare se stesso come centro e norma. Ma nel caso occidentale questo meccanismo ha assunto una forma particolarmente potente, perché sostenuto da: sistemi educativi, apparati scientifici, narrazioni storiche e mediatiche.
Claude Lévi-Strauss lo dice con lucidità:
«L’umanità si ferma alle frontiere della tribù; ciò che è al di là non è pienamente umano.»
Non è solo un problema morale, è anche un problema di conoscenza.

Quando il locale si traveste da universale
L’etnocentrismo occidentale prende spesso il nome di eurocentrismo (oggi esteso all’asse euro-statunitense).
Per secoli, la storia europea è stata raccontata come la storia del mondo. Le altre civiltà sono comparse come deviazioni, ritardi, parentesi.
Jack Goody, in The Theft of History, lo spiega senza ambiguità:
«L’Europa ha riscritto la storia del mondo presentando il proprio percorso come unico e universale.»
Il risultato è una narrazione che naturalizza il percorso occidentale, trasforma le differenze in mancanze e confonde il potere storico con la superiorità culturale.
Uno degli effetti più evidenti di questo sguardo è una diffusa ignoranza storica e geografica sul resto del mondo.
Molti occidentali conoscono poco o nulla della storia africana precoloniale, riducono l’Asia a stereotipi e leggono il Medio Oriente solo attraverso il conflitto. Non è disinteresse individuale, ma il risultato di scelte culturali e educative.
La scuola occidentale e il sapere parziale
La scuola ha a lungo contribuito a normalizzare questo sguardo proponendo la storia europea come asse portante e le altre aree come capitoli marginali; la geografia come descrizione neutra, quando è l’impatto dell’antropizzazione del pianeta e frutto di scelte politiche. Così facendo, la scuola trasmette un capitale culturale dominante, stabilendo cosa vale come sapere legittimo.

Il danno è doppio: gli studenti occidentali crescono con una visione del mondo ridotta; chi proviene da altre culture e studia in Occidente non si riconosce nel sapere scolastico.
Tutte le culture hanno pari dignità in quanto strategie adattive a contesti diversi
Qui serve chiarezza: la pari dignità culturale non è un’opinione, ma una conclusione scientifica. Nessuna cultura è “più evoluta”, ma come ricorda Franz Boas: «Le differenze tra le culture non sono differenze di valore, ma di forma». Non esistono criteri oggettivi per stabilire una superiorità culturale globale, ma ogni cultura ha la propria forma di razionalità.
La psicologia culturale mostra che i modelli culturali sono risposte adattive a contesti diversi, non tappe di una scala evolutiva.
L’etnocentrismo non danneggia solo “gli altri”, ma impoverisce anche l’Occidente
L’etnocentrismo danneggia in primis chi lo pratica, producendo letture semplicistiche del mondo, incapacità di comprendere la complessità globale, difficoltà di dialogo interculturale.
Martha Nussbaum lo dice chiaramente:
«Una democrazia che non educa all’empatia interculturale è una democrazia fragile.»
Ignorare il mondo non rende neutrali, ma più poveri culturalmente.

In un mondo interdipendente, conoscere le storie, le geografie e le razionalità degli altri non è un lusso: è una responsabilità e superare l’etnocentrismo non significa relativizzare tutto, ma riconoscere che nessuna cultura è il centro naturale dell’umanità.
A presto,
Giancarla.
ps. per avere un assaggio di cosa si intenda per pari dignità culturale rispetto alla cultura dominante e cultura come strategia adattiva ai diversi contesti, si consiglia la visione del documentario “Los ninos perdidos: 40 giorni nella foresta”.
Fonti:
Boas, F., Race, Language and Culture, FreePress, New York, 1966.
Bourdieu, P., La riproduzione, Guaraldi, Bologna, 2006.
Goody, J., Il furto della storia, Feltrinelli, Milano, 2008.
Lévi-Strauss, C., Razza e storia; Razza e cultura, Einaudi, Torino, 2002.
Nussbaum, M., Coltivare l’umanità. I classici, il multiculturalismo, l’educazione contemporanea, Carocci, Roma, 2006.
Santos, B. de Sousa, Epistemologie del Sud. Giustizia contro l’epistemicidio, Castelvecchi, Roma, 2021.
Markus, H., Kitayama, S., Culture and the Self: Implications for Cognition, Emotion, and Motivation, American Psychological Association, 1991.
Shweder, R., Thinking Through Cultures: Expeditions in Cultural Psychology, Harvard Univ Pr., 1991.
