Nel cuore di uno dei conflitti più controversi e prolungati del nostro tempo, esiste una guerra meno visibile e per certi versi più letale: quella tra i banchi di scuola.
Israele, infatti, Paese dal percorso storico-identitario unico, internazionalmente riconosciuto come democratico e tecnologicamente avanzato, ha sviluppato nel corso dei decenni un sistema educativo che, in alcuni suoi strati più profondi, veicola una rappresentazione dell’altro – il palestinese – come entità ostile, inferiore, priva di storia, cultura e legittimità. A dimostrarlo, con rigore accademico e dati concreti, è la professoressa Nurit Peled-Elhanan, docente all’Università Ebraica di Gerusalemme, madre di una vittima di un attentato suicida palestinese e voce scomoda nella società israeliana contemporanea.
Chi è Nurit Peled-Elhanan
Figlia del generale e premio Nobel per la Pace Mattityahu Peled, Nurit Peled-Elhanan ha dedicato la sua carriera a studiare l’immaginario prodotto dal sistema scolastico israeliano. Il suo libro più noto, “Palestine in Israeli School Books: Ideology and Propaganda in Education” (2012, per l’Italia edito da Edizioni Gruppo Abele), è un’analisi sistematica di oltre 100 libri di testo approvati dal Ministero dell’Istruzione israeliano, dai quali emerge una narrazione monolitica: il palestinese è l’eterno nemico, un ostacolo alla sicurezza, una figura che incarna la minaccia esistenziale.

Le evidenze: l’altro invisibile
Dalle ricerche di Peled-Elhanan emergono diverse strategie testuali e iconografiche di esclusione e demonizzazione. In primo luogo, la parola “Nakba” — che per i palestinesi rappresenta la catastrofe del 1948, ovvero l’espulsione e la fuga forzata di circa 700.000 persone coincidente con la nascita dello stato di Israele — è sistematicamente omessa dai testi scolastici israeliani. Quando viene menzionata, è spesso derubricata a “conseguenza inevitabile della guerra” o peggio, completamente ignorata.
La narrazione storica viene filtrata e selezionata: l’esodo palestinese è descritto in forma impersonale, senza attribuire responsabilità o analizzare le dinamiche coloniali e militari che lo hanno generato. I palestinesi diventano così fantasmi, privati della loro dimensione umana, storica e politica. Non sono mai soggetti agenti, ma problemi demografici o ostacoli geografici. L’arabo o il palestinese è spesso dipinto come “terrorista”, oppure ridotto a un’immagine generica di uomo armato, con il volto coperto. Le donne palestinesi, quando appaiono, sono madri di martiri, vittime collaterali o comparse senza voce.
Questo tipo di narrazione iconografica e lessicale rafforza una visione binaria, dove l’ebreo israeliano è il civilizzato, il costruttore, il difensore, mentre il palestinese è l’aggressore, l’invasore, il distruttore.
Le mappe scolastiche rafforzano ulteriormente questa distorsione. I Territori Palestinesi spesso non sono segnati o sono indicati in modo ambiguo, suggerendo che l’intera area tra il Giordano e il Mediterraneo sia uno spazio unificato sotto sovranità israeliana. Le città palestinesi, se nominate, appaiono marginali, e mai come centri storici o culturali significativi. Così, la geografia scolastica cancella la Palestina non solo politicamente, ma anche simbolicamente.
Un’identità costruita sulla cancellazione dell’altro
Tutto questo non è casuale. Fa parte di un progetto culturale più ampio che ha preso forma sin dalla fondazione dello Stato di Israele nel 1948.
In un contesto segnato dal trauma della Shoah e dal bisogno urgente di costruire una patria sicura, il giovane Stato ha plasmato un sistema educativo volto a rafforzare la coesione nazionale ebraica. L’identità israeliana moderna è stata così fondata su tre pilastri narrativi principali: la celebrazione della rinascita nazionale, la sacralizzazione del popolo ebraico come vittima della storia, e la necessità di difendere quella rinascita contro ogni nemico esterno.
In questo quadro, la storia viene raccontata in modo selettivo. Si esalta il ritorno alla “terra promessa” senza menzionare i costi umani e politici per la popolazione indigena. Si propone un immaginario eroico e redentivo, che tende a ridurre la complessità del conflitto a uno scontro tra civiltà e barbarie, ordine e caos, diritto e violenza. La narrazione nazionale diventa così uno strumento di legittimazione culturale e politica, dove la violenza può apparire come un atto difensivo giustificato.

Le molte scuole di Israele: fratture e convergenze
Il sistema scolastico israeliano è frammentato in almeno quattro reti principali: scuole statali (laiche), scuole religiose nazionaliste, scuole ultraortodosse e scuole arabe. Ciascuna ha propri programmi e indirizzi, ma tutte sono sottoposte al controllo del Ministero dell’Istruzione. Le scuole religiose e nazionaliste, in particolare, mostrano una forte connotazione ideologica: l’educazione alla difesa e al servizio militare vi occupa uno spazio centrale, e la narrazione del conflitto è spesso impregnata di retorica messianica e militarista.
Le scuole arabe, nonostante siano frequentate da cittadini israeliani di origine palestinese, utilizzano materiali approvati dallo Stato e non hanno autonomia per insegnare la storia palestinese in modo critico. La lingua araba è trattata come disciplina marginale, e le identità culturali palestinesi vengono neutralizzate nel nome dell’integrazione nazionale.
Censura indiretta e pressione sistemica
La censura in Israele non si manifesta soltanto come imposizione diretta, ma spesso come autocensura sistemica. Il caso dell’insegnante Meir Baruchin, arrestato per aver espresso opinioni critiche sull’operato dell’esercito, ha segnato un punto di svolta: ha mostrato che anche nel contesto democratico israeliano esistono linee rosse invalicabili. Molti insegnanti, consapevoli del rischio di sanzioni, preferiscono evitare del tutto argomenti “sensibili” come la Nakba o le violazioni dei diritti umani.
La pressione proviene anche dalle associazioni di genitori, dalle ispezioni scolastiche, dalla stampa e dai social network, creando un ambiente di sorveglianza diffusa. La scuola, lungi dall’essere un luogo neutro, diventa così un dispositivo ideologico che rafforza il consenso interno e scoraggia il dissenso.
Media e cultura pop: l’immaginario che plasma
Il sistema mediatico israeliano ha un ruolo centrale nel rafforzare i codici narrativi appresi a scuola. Le rappresentazioni televisive, i telegiornali, i libri per bambini, i cartoni animati e perfino le pubblicità contribuiscono alla costruzione dell’immaginario del palestinese come nemico esistenziale. Il soldato israeliano è il protettore, il simbolo della civiltà; il palestinese è colui che rompe la pace, destabilizza, aggredisce.
I termini usati nella stampa sono rivelatori: si parla di “terroristi neutralizzati”, “obiettivi eliminati”, raramente si usano parole come “bambini uccisi”, “famiglie distrutte”, “civili disarmati”. L’effetto è una deumanizzazione sistematica che impedisce empatia e giustifica ogni reazione come autodifesa.
Le resistenze silenziate
Non mancano, tuttavia, esperienze di dissenso e di costruzione di alternative. ONG come Breaking the Silence o Zochrot lavorano per documentare e divulgare realtà scomode: la prima dà voce a ex militari israeliani che raccontano gli abusi nei territori occupati; la seconda cerca di riportare alla luce la Nakba, anche all’interno della cultura ebraica israeliana.
Esistono anche scuole bilingue e biculturali, come quelle della rete Hand in Hand, che offrono programmi educativi condivisi tra studenti palestinesi e israeliani. Questi progetti dimostrano che un altro approccio è possibile, anche se rimangono realtà isolate, spesso osteggiate e prive di sostegno istituzionale.

Uno specchio inquietante: tra passato e presente e il ruolo del sistema educativo e scolastico
L’aspetto forse più inquietante di questa dinamica educativa e culturale è il paradosso storico: un popolo che ha subito sulla propria pelle l’umiliazione, la ghettizzazione, la demonizzazione e l’espulsione, ripropone ora — pur in contesto diverso — dispositivi narrativi e pratiche di esclusione simili a quelle subite. Non si tratta di un paragone moralistico, né di una semplificazione storica, ma di un’analisi dei meccanismi: lo stesso processo che in passato ha prodotto l’immagine dell’ebreo come minaccia alla purezza ariana, oggi in Israele produce l’immagine del palestinese come ostacolo alla sicurezza ebraica.
L’annientamento simbolico, la cancellazione storica, la rappresentazione disumanizzante e l’educazione all’odio sono tratti che i regimi totalitari del Novecento hanno utilizzato contro gli ebrei — e che oggi si possono riconoscere, con dolorosa ironia, in alcuni segmenti della società israeliana.
Questo parallelo non vuole né sminuire né equilibrare i pesi storici, ma sottolineare come le logiche della paura e del dominio possano riprodursi, anche in chi ha subito l’oppressione, soprattutto quando l’apparato educativo-culturale, ontologicamente deputato alla rielaborazione storica e alla ricostruzione culturale di un Paese, viene invece piegato a consolidare identità dicotomiche e narrazioni esclusive.
Un sistema educativo, se orientato alla comprensione reciproca e alla memoria critica, può trasformare il trauma in consapevolezza e non in rancore, in ponti e non in muri; al contrario, se alimenta il sospetto e la paura, rischia di perpetuare, sotto nuove forme, le stesse dinamiche di oppressione che avrebbe il compito di scongiurare.
Il caso del sistema educativo israeliano mostra come la costruzione dell’identità collettiva possa diventare una macchina ideologica potentissima, capace di produrre non solo coscienza nazionale, ma anche odio sistemico. L’altro – il palestinese – non è solo il nemico fuori dal confine: è l’assenza dentro il libro, è la voce negata in classe, è il volto invisibile in televisione. È la sagoma disegnata per non essere riconosciuta.
A presto,
Giancarla.
Fonti: Nurit Peled-Elhanan, “The Representation of ‘Others’ in Israeli Schoolbooks: A Multimodal Analysis” (2011): https://cice.hiroshima-u.ac.jp/wp-content/uploads/2014/03/14-2-8.pdf
Nurit Peled-Elhanan, Palestine in Israeli School Books: Ideology and Propaganda in Education, I.B. Tauris, 2012.
B’Tselem – The Israeli Information Center for Human Rights in the Occupied Territories: https://www.btselem.org/
The Parents Circle – Families Forum: https://www.theparentscircle.org/en/
AP News, “In Israel, dissent on Gaza brings threats and firings” (2024): https://apnews.com/article/849cc9250534b5bae98cea89e6f4d35e
L’Espresso, “Meir Baruchin, docente arrestato per i suoi post contro il governo Netanyahu” (2025): https://lespresso.it/c/mondo/2025/7/28/meir-baruchin-professore-israeliano-arrestato-post-dissenso-video-intervista/55864
