Lavoro a mano armata – stagione 1

Trama: Alain ha 57 anni, una moglie e due figlie già grandi. È un grande professionista delle risorse umane, ma a seguito di un’ondata di licenziamenti, è da tempo senza lavoro non riuscendo a darsi pace.

Anno: 2020   Paese: Francia
Titolo originale: Inhuman Resources
Durata: 50-60 min   Episodi: 6
Genere: drammatico   Voto: 3,5/5

Ispirato all’omonimo romanzo di Pierre Lemaitre, Lavoro a mano armata è una serie tv a metà tra il thriller e la denuncia sociale con un buon potenziale di partenza. Tuttavia, con il susseguirsi degli episodi, assistiamo ad una progressiva perdita di consistenza della trama.

Il potenziale di partenza

Raccontando di un uomo di 57 anni fuori dal mercato del lavoro perché considerato troppo vecchio, Lavoro a mano armata denuncia una condizione sociale estremamente reale: la crisi lavorativa dai nostri anni che, per una triste legge di mercato, vuole che la probabilità di trovare lavoro sia inversamente proporzionale all’età del lavoratore che lo cerca, ossia più si è anziani e meno probabilità si hanno di trovare lavoro.

Il thriller che non funziona

Un ottimo potenziale rovinato però dall’evolversi degli eventi che stravolgono la psicologia del nostro protagonista.

Se la trasformazione antisociale, in una circostanza come quella raccontata, è più che plausibile e anche largamente attesa, a disturbare è lo stravolgimento fuori da ogni logica che vive Alain che a quasi 60 anni perde ogni forma di morale pur di ottenere… cosa? Non lo capiremo mai.

Alain infatti inizia il proprio tracollo esistenziale con la ricerca di lavoro per poi alzare costantemente l’asticella della posta in palio: cerca di estorcere denaro alla già discutibile azienda per la quale vorrebbe lavorare, finisce in carcere e cerca di essere scagionato, per poi, ancora una volta, tornare a pensare ai soldi e infine ricordarsi della moglie nel frattempo perduta.

L’evoluzione del psicologica del personaggio fuori da ogni logica

Facendo questo Alain distrugge tutti i motivi che all’inizio lo avevano spinto a cercare lavoro, in primis la sua famiglia, sua moglie e le sue figlie, che non si vergogna di ingannare, ferire, deludere e abbandonare.

Il rimescolamento delle carte esagerato e inutile che in modo lucido possono essere letti solo come uno sprofondare del protagonista verso la follia, sono disturbanti e poco credibili in quanto sconnessi da ogni psicologia del personaggio iniziale.

Un padre che di nascosto fa lavori notturni mal pagati per non deludere la moglie e le figlie, anche se dà di matto, dà di matto con gli altri, in casi limite compie dei gesti estremi, ma non architetta un piano machiavellico volto a sfruttare moglie e figlie facendole subdolamente soffrire per i propri non ben definiti comodi.

Il finale aperto

Nonostante tutto ciò che accade nelle 6 puntate, sembra che Alain non ne abbia abbastanza e l’ultima puntata lascia intendere chiaramente che ci sia ancora dell’altro da raccontare dando spazio ad un’ipotetica seconda stagione di cui ancora non si sa nulla.

Per quanto mi riguarda però, so già che non la vedrò e che, insieme ad altri contenuti iniziati e mai finiti, Lavoro a mano armata lo troverete a dicembre nella lista dei flop del 2020.

A presto,

Giancarla.

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